LA TERZA STANZA

Cammina sull’asse.

E’ buio, intorno.

E’ come se una luce illuminasse solo lui.

A braccia aperte sull’asse.

In equilibrio sull’asse.

Un piccolo e incerto passo dopo l’altro, con quella luce ignota che sottolinea il movimento.

Oscilla impercettibilmente in preda ad un lieve senso di vertigine.

Il buio lo rende cieco in tutto e per tutto tranne che per i pochi centimetri che il prossimo passo andrà a coprire sull’asse.

Quindi non sa, non capisce, quanto è profondo l’abisso sotto di lui.

Quanta distanza c’è dietro di lui, quanta davanti.

Può decidere, indifferentemente, di avanzare, arretrare o lasciarsi cadere.

Ogni lato ha la sua incognita. Potrebbe, addirittura, non esserci nessuno spazio attorno, il che significa che può indietreggiare, procedere o saltare senza finire da nessuna parte.

Può fare qualsiasi cosa, tranne star fermo lì, a braccia aperte, per l’eternità.

Bisogna che decida, che si muova.

Non è un acrobata e non ha familiarità con l’asse.

Da bambino, anzi, questo occasionale esercizio gli dava sempre un po’ d’ansia, anche se allora vedeva e sapeva chiaramente cosa ci fosse attorno a lui. L’asse era a pochi centimetri da terra e saltare non avrebbe rappresentato un pericolo.

Ma era la sfida, il principio.

Era il misurarsi con se stesso e il limite della sua paura a farlo muovere.

E quindi, alla fine, non era molto diverso da come si trova ora.

Non è importante il dove, ma il perché.

Procede verso il lato in cui è rivolta la sua faccia: inutile affliggersi cercando la maniera per voltarsi.

Quindi andrà avanti, solo perché avanti è davanti.

Il buio si materializza dopo il buio; ogni passo continua ad essere incerto. Avanza guardando i suoi piedi perché sono l’unica cosa che vede.

Poi l’asse si dirama.

All’intersezione dell’asse, sul legno, c’è inciso qualcosa.

Le braccia lungo i fianchi.

Respira.

Respira.

Guarda in basso, verso i suoi piedi. Nausea di vertigine, appena un accenno. Davanti la punta del suo piede c’è una scritta graffiata nel legno. Una scritta e due frecce.

(La freccia a destra): la stanza fredda

(La freccia a sinistra): la stanza calda

Graffiata nel legno. Non incisa, graffiata. Con un unghia.

Paziente certosino ossessivo lavoro.

Folle intarsio di mano ignota.

Le braccia di nuovo aperte.

Respira.

Equilibrio inutile e dannoso.

E’ avanti? E’ sotto, sopra, di lato, avanti, dietro?

Dov’è che i suoi occhi guardano?

Spazio senza dimensioni. Buio senza profondità alcuna.

Destra o sinistra? Destra o sinistra?

Per un attimo tentenna.

Rizza la schiena, apre meglio le braccia.

Respira.

Si volta e torna indietro.

Pochi passi risolutivi e decisi. Da esperto equilibrista. Molleggia leggermente ad ogni passo, ballerino dell’ignoto, aduso a camminar nel buio, sospeso da una luce che sembra lo tenga su, inchiodato al fondale.

Quando la vista si assomma non capisce se è lui a camminare o l’asse a scorrere sotto i suoi piedi.

Pochi passi ancora, poi l’asse si dirama.

All’intersezione dell’asse, sul legno, c’è inciso qualcosa.

Le braccia lungo i fianchi.

Respira.

Respira.

Guarda in basso, verso i suoi piedi, ma non ha bisogno di leggere.

Una scritta, due frecce.

(La freccia a destra): la stanza fredda

(La freccia a sinistra): la stanza calda

C’è qualcuno seduto proprio all’intersezione dell’asse.

Piccolo e indifferente, con un flauto di Pan.

La melodia è malinconica, delicata. Quasi impalpabile. Si disperde nel buio come cipria. Attraversa la luce vicino ai suoi piedi e si infiamma come se esplodesse.

«Sì, vivo sull’asse, – risponde prima che gli sia stata fatta alcuna domanda – da sempre», aggiunge poi. Si volta e osserva con la coda dell’occhio l’equilibrista. Non per spiarlo ma per avere conferma della sua presenza.

«Sei arrivato?»

È una domanda ovvia.

«Sei arrivato», e conferma l’asserzione con un lieve cenno del capo.

La melodia riprende mesta e lenta e resta sospesa nell’arco di luce.

Appare dalla penombra, prende vita nella luce, muore nel buio.

L’equilibrista implora con gli occhi e col cuore. È muto ma chiede risposta. Guarda solo davanti a sé con un lieve senso d’imbarazzo l’asse che si diparte da un punto al centro del quale siede un piccolo essere indifferente che soffia in un flauto di Pan una melodia triste.

Ora parlerà.

«Tu…»

«Io?»

È voltato verso di lui.

«Le porte… Tu sai dove conducono?»

Smette di suonare e si gira di più. Resta seduto, tenendosi un ginocchio nell’incavo del braccio. Il flauto dondola silente tra le sue dita piccole, affusolate, bianche.

«Le porte? Quali porte?»

«Le porte! Le due porte alle tue spalle!»

Volta la testa dubbioso. Resta un attimo così, poggia l’orecchio sul ginocchio. Come se dormisse. Quando si gira ha l’espressione di chi ha già sentito troppe volte la stessa domanda. Piccoli occhi acquosi da sotto la tesa del cappello osservano l’equilibrista.

«È la prima volta che sali sull’asse?»

«Non so…»

«Non sai?»

«È che non ricordo. È come se ci fossi da sempre. Come sono arrivato qui?». Il suo tono è petulante.

Il Piccolo sorride triste, lo guarda assorto e tace. Poi si riscuote.

«Fai domande difficili, sai? E io non ho risposte da darti».

«Perché non vuoi rispondermi? Aiutami! Dimmi quale porta scegliere!»

«Non vedo porte! Di quali porte parli? Non ci sono porte! Non ci sono porte!»

Trema scomposto, vibra come le note stridule che riprendono ad uscire dal suo flauto, soffiate come sbuffi di collera, colorate di riflessi malati. Le note non s’infrangono più, rimbalzano con forza contro la luce e si perdono nel buio.

Buio freddo e silente che uccide i suoni. Buio di masticazioni nervose. Buio che succhia l’anima.

Il Piccolo si quieta, gli occhi tornano acquosi e vacui.

È andato, non è più lì. Dissolto assieme all’ultima nota.

La stanza fredda. La stanza calda.

Se il buio è freddo, allora la stanza fredda sarà buia, riflette l’equilibrista.

Basta buio.

Il caldo, il sole. La luce. La stanza calda sarà illuminata. Qualsiasi calore illumina.

La stanza calda.

A sinistra.

Aprire le braccia.

Respirare.

Camminare.

Appena oltrepassato il bivio procedendo a sinistra, c’è una porta. L’asse, incassato nella soglia, prosegue dietro di essa. L’equilibrista la tocca, leggermente spaesato. È di un legno indistinto, irriconoscibile. È di un legno che respira.

La maniglia è un anonimo pomello tondo che non riflette luce.

L’equilibrista vi poggia la mano e tanto basta a permettergli di tirare un sospiro trattenuto. La sua schiena si rilassa e perde di rigidità, finalmente ha un sostegno.

Guarda la porta. È completamente liscia, tranne che per una serie di piccoli segni incisi all’altezza degli occhi, messi lì per consentirne una miglior lettura.

Caratteri piccoli e nervosi, uno stampatello graffiato con l’unghia, fitto e preciso, appena sbalzato sulla superficie.

Avvicina il naso alla porta come se l’annusasse. E invece legge.

L’orda sorse da dietro le colline; la luce riflessa impedì che se ne potesse valutare la composizione, cosicché quand’essa giunse non fu possibile difendersi. Dilagò ai fianchi della difesa, che pure era forte e organizzata, e in un batter d’ali la travolse, sommergendola d’una scomposta e fremente violenza. L’ombra del dolore accompagnò le nebbie della rassegnazione rendendo il terreno sterile, l’acqua putrida, l’aria infetta. Canti di dolore accompagnarono le colonne di fumo che s’alzavano meste, mentre l’ovvio rimpianto di non aver previsto prima l’esito di tale inutile sfida ricoprì d’amara consapevolezza ogni gesto futuro.

Cosa…

La maniglia è tiepida.

Aprirà solo un po’: appena uno spiraglio.

Pronto a richiudere, all’occorrenza, sospettoso quanto basta.

Appena scostato l’uscio intravede un tenue chiarore e avverte immediatamente il calore, ma è soprattutto il riverbero luminoso ad attirarlo all’interno.

C’è un pavimento rassicurante, anche se non propriamente solido, come se si trovasse su un campo erboso o su un tappeto particolarmente morbido. Ma è sufficientemente esteso per consentirgli di chiudere la porta alle sue spalle senza doversi voltare.

Nel frattempo osserva attraverso il chiarore della stanza – ma è una stanza? – cercando di intuirne i confini e le presenze.

Il chiarore giunge indistintamente da tutti i lati, come se una miriade di piccole luci si celasse dietro le pareti, mentre il calore arriva inequivocabilmente dal basso, attraverso il pavimento.

In realtà non c’è luce, ma solo diversi livelli di buio; quello che i suoi occhi percepiscono con maggior precisione è un lieve bagliore rosso.

È deluso, ma la sua delusione si stempera nella grata constatazione di poter smettere di concentrarsi sull’equilibrio.

Muove un passo.

Un altro.

È solo?

«Sono solo, qui?»

«Che domanda è?»

«Non è una domanda, sciocco, è una risposta!»

«Si domanda e si risponde? E sarei io lo sciocco?»

«C’è nessuno, qui?»

La voce trema.

«No! Non c’è “Nessuno”! C’è “Qualcuno”!»

(«Conosci Nessuno?») («No, veramente! E tu?») («Io? Io no! L’ho appena detto, sciocco!») («non-darmi-dello-sciocco!»)

«Chi è questo… qualcuno?»

«Èèèè… uno!»

«No, sono due!»

«Taci, idiota!»

«Taci tu, stronzo!»

Colpi, rantoli, ancora colpi.

Qualcuno geme.

«L’avevo detto che eravamo uno, idiota!»

L’equilibrista trema.

«Accomodati»

Silenzio.

«Dico a te: accomodati»

«Ma… io… dove…»

«Qui. Si è liberato un posto, non hai sentito? Qui, avvicinati, avanti…»

«No, io non… non ho tempo, devo andare!»

Torna sui suoi passi, pochi passi appena, tasta il muro ma il muro è liscio, levigato, indifferente. Non c’è porta. Non c’è porta.

«Dov’è la porta?»

«Quale porta?»

«La porta da cui sono entrato, dov’è? Dov’è questa cazzo di porta!»

«Ehiii… amico… caro amico, amico mio, ehi, non c’è bisogno di urlare, sai? Vuoi la porta? Vuoi la cazzo di porta, sììì? Vuoi una porta che ti lasci uscire, o una porta che ti lasci entrare? Vuoi essere dentro o vuoi essere fuori? Perché se vuoi essere fuori è qui dentro che devi stare, amico».

«C’era una porta, qui, un attimo fa; sono entrato da quella porta. Adesso rivoglio quella porta, la stessa porta da cui sono entrato, voglio uscire dalla stessa porta da cui sono entrato».

«Ma, oh-oh-oh, amico, tu credi che uscendo da quella porta tornerai alla condizione di prima, invece tornerai alla condizione di prima assommata a quella di ora! O credi che una volta uscito dimenticherai quello che è ora e tornerai a prima? Ma vedi, amico mio, piccolo tenero sciocco amico, tutto questo accade perché credi di essere entrato, invece sei uscito. Quando hai aperto la porta sei uscito, caro amico: il fuori è qui!».

«Cosa dici? Ero fuori, ho aperto la porta, sono entrato: ora sono dentro, prima ero fuori…»

«NO! No, amico, no, non capisci. Tu non sei entrato, tu hai attraversato la soglia della porta. E questo ti basta per credere che tu sia entrato? Allora ogni volta che oltrepassi una soglia entri? Quindi non esci mai, tu entri, entri in continuazione, entri da un luogo all’altro, penetri, attraversi, permei, t’incunei! Tu non cammini, tu scavi! Tu non parli, frusti! Tu non fotti, dilani! Cosa dici, amico? Cosa-cazzo-dici?».

È sudore, quello?

Sta sudando.

La stanza calda.

Troppo calda, manca aria. Non si può ragionare se manca aria, aria serve aria per l’ossigeno serve al cervello porta ossigeno al cuore porta ossigeno porta ossigeno

Allarga le braccia.

Respira.

Respira.

Flette le ginocchia, morbido.

Op.

Unn-dué.

Il caldo si attenua.

«Vieni, accomodati».

«No, grazie. Devo andare. Fuori, dentro, non importa. Devo andare. Grazie».

S’inchina grazioso e lezioso, appena un accenno, lieve e discreto come leggiadro cavaliere. Ancora leggermente flesso indietreggia senza fretta. Quando la schiena urta la maniglia quasi non vi fa caso.

Le sue dita sul pomello invisibile si posano lievi come una farfalla.

È un fiore, questo, e io lo coglierò.

Ora.

E in un attimo è fuori, oltre la porta.

Di nuovo il buio, fuori. Buio totale tranne che su di lui.

Di nuovo l’asse, e la stanza calda alle sue spalle.

Pochi passi e torna al bivio.

La stanza fredda.

Deve sapere.

Deve solo svoltare e fare pochi passi.

Ss-oooolo pochi passs-sssi.

Sarò più cauto – pensa – sarò più attento.

Una nuova porta.

Uguale all’altra.

La stanza fredda.

Anche qui c’è un incisione?

Sì, anche qui.

Graffi.

La stessa mano.

Di nuovo legge (più attento, stavolta).

Cammina lento tra la folla, indifferente, sdegnando gli occasionali passanti che scorrono concitati attorno a lui, scansandoli all’uopo ma senza mai degnarli d’un misero sguardo. Supremo e altero a qualsivoglia evento, incede scoccando il passo con cadenza marziale, eppure, a vederlo, si direbbe inanimato, mosso d’una tensione vuota e incosciente. Se non ci facesse difetto la metafora, ardiremmo definirlo come un guanto cui sia stata sfilata da poco la mano e che, ottusamente, permanga nella posa antropomorfa per una mera, inutile, grottesca volontà.

Giunto davanti all’Onnipotente, compreso nello sforzo di dividere il Bene e il Male, solo per un attimo s’arresta; poi lo aggira e prosegue superbo, in un altrove che non è dato di conoscere.

Una lieve vertigine di incomprensione.

L’asse. Il buio. Le porte. Le stanze.

Perché?

La maniglia è fresca e ben oliata, il cardine scorre a dovere.

Anche qui l’asse sparisce, ingoiata dal pavimento.

Ma qui c’è luce, molta più luce.

È tutto chiaro, è tutto molto chiaro.

Anche se un po’ freddo.

«Non stia sulla porta, entri pure».

L’uomo è di spalle, seduto su un piccolo sgabello, con le braccia poggiate ad un tavolino tondo, anch’esso piccolo tanto da sparire, quasi, dietro la sua figura lievemente ricurva. È calvo, l’uomo, e si muove il minimo indispensabile.

«Sono già entrato».

«Ha freddo?».

«Lei chi è?».

«Non le hanno spiegato che è maleducazione rispondere ad una domanda con una domanda? Creanza vuole che prima si risponda convenientemente…».

«Mi scusi ma… prima, ecco… sono andato nell’altra stanza… ».

«Oh! Capisco… È rimasto, diciamo, “scottato”, se mi consente la boutade… E chi l’ha accolta? Monsieur Caleph? O Mister Frip? O Eugene il mistico?».

«Beh, io non so… non ho chiesto il nome. C’erano due persone, ma deve esserci stato qualche problema, e alla fine ne è rimasta solo una. Io… non sono voluto restare. Sono scappato».

«Scappato? Addirittura? Ah ah ah!».

«Non c’è niente da ridere. L’atmosfera era strana, c’era tensione. Ho avuto paura».

«Probabilmente ha parlato con Monsieur Caleph, allora. È un maestro, lui».

«In cosa?».

«Beh, se non l’ha scoperto da solo… È inutile che glielo dica io, nevvero? Ma non stia lì in piedi, sembra un equilibrista. Venga, si accomodi, facciamo due chiacchiere».

«Lei… non ha risposto alla mia domanda, prima. Chi è?»

«Io? Forse lei vuole sapere il mio nome. O vuole – realmente – sapere chi sono? Perché la cosa è ben diversa, capisce. Comunque cosa vuole che le dica, giovane amico. Sono uno che è qui. Non che ci sia nato, è ovvio. Non è questo il posto in cui si nasce, questo è il posto in cui si giunge. Ma non ricordo più quando ci sono arrivato, è passato così tanto tempo… mi piace pensare di esserci sempre stato, ecco. Vede, a volte si trovano posti piacevoli, accoglienti, e si decide di rimanere. Mi son fatto l’idea, col tempo, d’essermi trovato talmente bene da non voler più andare via. Però… beh, se vuole sentire una risposta davvero interessante, dovrebbe fare la stessa domanda a Querquedor. Anzi, sa che faccio? Ora glielo presento».

Dietro una cortina di nebbia emerge un uomo vestito di un bianco freddo come la luce che avvolge la stanza. Una luce che annulla le profondità tanto quanto il buio. L’uomo è alto e distinto, ineffabile, il suo passo è lieve e cadenzato, i suoi gesti affettati e lenti. Prende posto di fronte all’altro uomo, e l’equilibrista può vederlo in faccia, anche se questo non aggiunge nulla alle sue considerazioni, tanto il volto dell’uomo è scevro di qualsivoglia cenno emozionale. Piatto e neutrale come il mare all’alba.

Querquedor unisce le mani sul piccolo tavolo di marmo bianco e punta lo sguardo altrove, dinanzi a sé. È oltre qualsiasi muro, non si sofferma, non trapassa, non inquieta. Nulla. Pure, una sottile e quasi impercettibile increspatura sulla fronte ne connota la vitalità cerebrale. In qualche modo – pensa l’equilibrista – egli è vivo.

«Questi è Querquedor, amico mio. Ma il suo nome non è importante, come non lo è il mio. È una chiave simbolica con nessun riscontro oggettivo. I nostri nomi non ci qualificano. Ma la sua domanda è interessante, invece. La prego, la prego, amico mio, rivolga a Querquedor la stessa domanda che ha fatto a me poc’anzi!».

L’equilibrista è confuso, non ricorda.

Qual’era la domanda?

A volte le banalità più ovvie sfuggono al controllo.

Oh, sì, ecco, ora ricorda.

«Lei chi è?».

L’uomo assorbe la risacca delle parole che gli giungono lontane. Elabora, per quel che gli è possibile. Poi è evidente che soffre.

Le sue labbra tentano un volo astruso. Non basta la volontà muscolare ad esprimere un concetto. Molto di più esprimono i suoi occhi, compresi nello sforzo di dirimere il broglio concettuale che lo assilla nel tentativo di dare una risposta.

Fatica con garbo, per educazione, ben composto; comprime le energie per portare alla luce, attraverso le necessarie contrazioni del diaframma, l’aria necessaria a dar forma alle sue parole.

È un rigurgito semplice quello che fuoriesce dalle sue corde vocali.

«Io? Io chi?».

Allarga le braccia.

Respira.

Respira.

Flette le ginocchia, morbido.

Uuu-n due.

Non ci sono altre stanze, solo l’asse.

La sua rigida linearità, l’assenza di curve e, agli estremi, due poli.

Servirebbe altro. Bisognerebbe convincersi che c’è altro.

Uno spazio diverso, curvo, vago e incerto, che consenta variazioni sul tema.

Un flusso toroidale concentrico, costante e sempre diverso nel suo riproporre schemi e sistemi.

Un’eccezione alla norma che permetta di intuire attorno a sé differenti spazialità.

L’equilibrista percepisce che c’è altro.

Deve solo cercare.

Un passo dietro l’altro, lieve.

Il dono di una concentrazione diversa, calma ed esaltante, priva di moti impropri.

Solo pochi passi, compiuti in assoluta affinità con l’asse, col suo legno, col disegno geometrico delle venature che scorrono su di esso, in una squillante e nitida empatia, fino al punto in cui scopre un piccolo insignificante segno.

Ancora un graffio.

Pulito, netto, chiaro.

Come ha fatto a non vederlo prima?

Un segno. Un solo segno.

È la metà dell’asse.

Si volge da un lato.

Ma c’è buio, solo buio.

Sa che deve tentare, fidarsi.

Respira.

Respira.

Socchiude gli occhi, e la visione si placa. Il buio ostenta una profondità fatta di veli sottili, ora.

L’equilibrista intuisce una profondità, finalmente.

Compie il passo senza incertezze, e si tuffa nel buio.

Leggero, com’è giusto che sia.

La porta è liscia e compatta.

Non ci sono segni su di essa.

Solo il levigato mormorio del legno.

Dal sollievo che prova scaturisce un respiro diverso.

Finalmente un sorriso.

Poi vede la sua mano avvicinarsi al legno, carezzarlo dolcemente.

È un legno tenero e accogliente, un invito palese, un’irrinunciabile attrazione.

L’unghia penetra con garbo, mentre i segni prendono forma con grata consapevolezza.

Poi l’equilibrista apre la porta, ed entra.

Tra le due sponde scorre un fiume. Il fiume risponde ad un flusso atavico, non controlla, non percepisce. L’osservatore neutrale coglie l’insieme e si domanda: è più importante il fiume, o le sponde che lo contengono? Si attribuisce maggior peso alla natura, all’erosione che ne disegna i confini, o è lecito supporre che è la corrente dell’acqua a rappresentare l’essenza di ciò? O sono io, osservatore ottuso, che mi ostino a definire il valore di qualcosa che, nell’attimo esatto in cui la concepisco, è già mutata? Tra le rive immote e il fluire dell’acqua c’è quindi ancora qualcosa d’importante: io che le osservo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: