PLASMA C6H6

– Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa)

Il gigantesco Brontosauro ha fame, e trova nella foresta i suoi cibi preferiti; nel fitto intreccio di palmizi e felci, scova col suo lungo collo i germogli più raffinati, le foglie più tenere, ma la sua enorme mole schianta senza volerlo una pianta enorme, che ha impiegato secoli per divenire tale.

Il Brontosauro ora ha terminato il suo pasto e se ne va; il tronco abbattuto resterà lì, insieme a tanti altri, e la natura ne modellerà le cellule per evolverlo in qualcosa d’altro; la pioggia, i terremoti, l’immarcimento lo renderanno materia organica, il terreno lo assorbirà e un numero imprecisato di milioni di anni lo trasformerà in qualcosa di utile e prezioso per il futuro.

L’essere umano primitivo apparirà solo tra qualche era geologica, e ancora milioni di anni ci vorranno prima che questi, evolvendo, approdi alla civiltà tecnologica: intanto la natura, inconsapevole, lavora per renderlo più libero, o più schiavo.

***

– 1801 d.C. (Francia)

Philippe Lebon d’Hunversinn sta ultimando la sua opera; la febbrile attività delle sue mani tradisce l’ansia dell’attesa: tra poco saprà.

Controlla attentamente che gli ultimi bulloni siano fissati a dovere, che il serbatoio non abbia perdite; che nulla, insomma, abbia a compromettere l’esito finale del suo lavoro.

Ora che tutto è stato ricontrollato più volte, e che la verità sta per esprimere il suo giudizio, Philippe si sente addosso tutto il peso degli ultimi anni di lavoro, di tutti i sacrifici fatti, di tutte le critiche subite, e per un attimo ha paura.

Poi si avvicina al magazzino, prende una latta di liquido e torna vicino alla sua creatura; ne svita con cura il tappo del serbatoio e vi versa con attenzione il contenuto della latta: ne esce, oltre al liquido, un odore acre e pungente, leggermente nauseante, ma per Philippe quell’odore rappresenta solo il mezzo mediante il quale il mondo lo conoscerà e lo ammirerà.

Richiude con cura il serbatoio, ne asciuga il collo con uno straccio pulito che poi, distrattamente, si passa sulla fronte; collega con cura due fili di rame alla piccola candeletta posta sulla testata, vi collega due piastre arroventate e, man mano che la candela diventa sempre più incandescente, i suoi occhi vibrano nel silenzio del suo laboratorio e seguono con ansia ogni piccolo mutamento: ora che la candela ha raggiunto il suo massimo calore bisogna solo aprire il piccolo rubinetto posto sul serbatoio, e quando il liquido in esso contenuto giungerà alla candela, qualcosa accadrà.

Le sue dita tremano mentre aprono pian piano il rubinetto, e Philippe sente quasi scorrere il fluido lungo il tubo e poi, trattenendo il respiro, assiste alla prima goccia che cade sulla candela; un lampo gli illumina il volto congestionato, mentre un rumore assordante e mai udito prima riempie l’aria.

Philippe Lebon d’Hunversinn ora sa che è nato il primo motore a combustione interna.

***

– 1955 d.C. (Un luogo imprecisato d’America)

I due giovani si guardano attraverso i finestrini delle rispettive auto; i loro occhi esprimono tutta la durezza e il disprezzo di chi si sfida sul filo del rasoio e sa che solo uno dei due vincerà: l’ultimo che si getterà dall’auto prima del precipizio sarà il campione.

Sotto gli sguardi divertiti e annoiati dei loro amici, i due cominciano a premere sul pedale dell’acceleratore e nel rumore fragoroso che si diffonde, si disperde anche un po’ della loro paura.

La ragazza con il fazzoletto in mano, in piedi tra le due vetture, attende ancora un attimo, li guarda, poi abbassa il braccio e le due auto sfrecciano accanto a lei e verso il precipizio.

Mentre la velocità aumenta e la distanza diminuisce i giovani sanno che anche la fine si avvicina: solo 100 metri, poi 90, 80 metri e la paura sale, 70, poi 60; dopo un attimo uno dei due giovani si butta dall’auto in corsa, mentre l’altro, incastrato allo sportello, viene trascinato dall’auto verso una morte sicura tra gli sguardi attoniti dei suoi amici.

Stop, pausa.

La scena madre di “Gioventù bruciata” è girata, James Dean torna al trucco con una tazza di caffè in mano tra gli applausi del cast.

***

– 1994 d.C. (Italia)

Marco ama specchiarsi nelle preziose cromature della sua auto, sentirne sotto le dita la curva morbida delle sue forme, vederla brillare come un gioiello sotto il sole.

Le sue amiche lo ammirano, gli amici lo invidiano e lo rispettano e lui sa che senza la sicurezza che quell’auto gli dà, sarebbe uno dei tanti; ma uno dei tanti non potrebbe permettersi di invitare in discoteca quel mito di ragazza che è Alessandra, e invece lui stasera uscirà con lei, potrà abbracciarla e magari anche baciarla, chissà.

L’euforia della musica li trascinerà in un dolce oblio e li accompagnerà anche dopo, quando usciranno nell’eterna notte stellata e lasceranno che il vento della velocità li renda forti e invincibili.

Nel frattempo, in qualche parte del mondo, un gruppo di noiosi scienziati certifica che dalle ricerche condotte risulta senza ombra di dubbio che nel 2033 circa, le riserve mondiali di petrolio saranno esaurite.

***

– Anno 2055 d.C. (Un punto qualsiasi della Terra)

Paul Simmons scruta guardingo da dietro i vetri opachi della sua villa, e costatando la totale assenza di pericolo nelle vicinanze, torna a sedersi stancamente sulla sua sedia a dondolo, imbracciando la mitraglietta che l’amico Hobo gli aveva regalato prima di morire: un’arma veloce e precisa, micidiale come poche, che da due anni a questa parte gli aveva permesso di tenere lontano tutti i predatori di plasma giunti lì da chissà quali parti del globo.

Era uno dei pochissimi ormai, se non l’ultimo, a possedere una piccola riserva di Plasma C6H6 necessario alla sopravvivenza del genere umano e le cui scorte erano finite da due anni, in pratica dai Grandi Saccheggi del 2053.

Dopo aver perso sua moglie e suo figlio, e dopo che anche Hobo, l’unico dei suoi amici, fu ucciso dai predatori, Paul non era più disposto a dividere con nessuno la piccola scorta che gli avrebbe garantito ancora parecchi anni di vita.

Si sistemò meglio sulla sedia, pronto a percepire qualsiasi rumore sospetto; poi cedette ai ricordi, e fu come se una diga spezzata inondasse la sua mente trascinando con sè detriti dolorosi.

Ricordò il giorno in cui fu dato in diretta mondiale il drammatico annuncio dell’imminente fine delle scorte di Plasma C6H6, un annuncio che significava la morte annunciata del genere umano.

Ricordò il periodo in cui, 30 anni prima, era stato un felice imprenditore miliardario nel settore automobilistico, un’attività ereditata dal padre insieme all’enorme passione per le autovetture: non per nulla la collezione Simmons era stata per quasi un secolo la migliore del mondo, dove tutti i più bei gioielli della produzione automobilistica mondiale erano confluiti per permettere alla sua famiglia di bearsene a proprio piacimento.

Ricordò poi quando, nel 2040, contro qualsiasi previsione, venne annunciato al mondo intero che le scorte di petrolio del pianeta si erano esaurite e rimanevano soltanto le riserve stanziate nell’ultimo anno di crisi; da quel punto in poi, pian piano, interi settori del mondo industriale si fermarono e sebbene gran parte delle centrali vennero convertite per produrre energia idroelettrica, eolica e solare, la produzione di energia non bastava comunque a soddisfare il fabbisogno mondiale.

In compenso molte guerre legate agli interessi commerciali del petrolio cessarono, mancando l’elemento dello scontro, e le diverse Nazioni poterono tornare a progettare, peraltro inutilmente, un sistema di recupero di energia.

Dopo un anno i governi mondiali si unirono sotto la stessa bandiera per cercare una soluzione comune, ma ben presto i dissidi interni e gli interessi di parte divisero di nuovo il mondo, provocando una egoistica corsa alla salvezza individuale.

Ma era ormai il 2045, e nell’immenso caos già regnante in gran parte del mondo industrializzato, venne ad aggiungersi una ben più preoccupante e letale realtà.

Un morbo sconosciuto aveva cominciato a mietere una vittima dietro l’altra, indiscriminatamente; morivano giovani e vecchi, uomini e donne, senza nessuna distinzione che potesse indicare in qualche modo le cause e l’origine di questa strage silenziosa; il lavoro febbrile degli scienziati mondiali non portavano a nessun ottimistico risultato, finchè qualcuno scoprì il paradossale meccanismo che causava la morte.

L’organismo umano, dopo 200 anni di industrializzazione forzata, di esposizione coatta ad ogni tipo di inquinamento, amplificato da concause appurate come l’effetto serra, si era via via adattato al nuovo ambiente, assimilando e sintetizzando le sostanze dannose fino a inglobarle nel proprio corredo biologico e, anzi, richiedendole; finchè il livello di inquinamento si era mantenuto a livelli accettabili non c’erano stati problemi di sorta, ma ora, dopo più di 5 anni di disintossicazione dell’atmosfera che aveva ricominciato a produrre ossigeno anziché veleni, paradossalmente l’organismo reagiva richiedendo ancora veleno e, in particolare, biossido di carbonio.

Cosicchè quello che gli ecologisti e gli ambientalisti consideravano come una liberazione (la fine dell’inquinamento), divenne invece la scure sotto cui perirono, con ritmi impressionanti, gli esseri umani.

Da quel punto in poi lo scoramento regnava sovrano, e nessuno poteva intravedere una soluzione plausibile dal momento che la materia prima era quasi terminata e quella rimasta non sarebbe durata a lungo.

Però, c’è un però, non si era fatto sufficientemente conto sulla capacità della scienza, che riuscì, di lì a poco tempo, a trovare una parziale soluzione: si trattava di un plasma sanguigno che, opportunamente elaborato e sintetizzato assieme agli ultimi idrocarburi rimasti, forniva direttamente nel sangue le sostanze necessarie alla sopravvivenza.

Vennero così prodotti, con le ultime tonnellate di petrolio, diversi milioni di litri di Plasma C6H6: era nato un nuovo prodotto ancora più prezioso del petrolio stesso.

Era il 2046, e nei sette anni successivi le popolazioni della Terra non fecero altro che scannarsi a vicenda per impossessarsi del Plasma C6H6, fino all’avvento dei Grandi Saccheggi del 2053, anno in cui, in preda alla più diffusa e brutale anarchia vennero asportati dalle banche mondiali anche gli ultimi residui di Plasma ad opera dei predatori.

Nell’arco di questi due anni, invece, la gente più debole, senza nessuna cura e abbandonata a sè stessa, è morta fra atroci sofferenze: solo pochi esemplari umani sono rimasti a difendere le proprie piccole ma necessarie scorte, mentre predatori disposti a tutto si spostano da un punto all’altro del globo attaccando e depredando i propri simili, a volte persino svuotandoli del loro sangue per garantirsi un giorno in più di vita…

“Forse sono rimasto solo io”, pensò Paul, e un lampo di sconforto gli attraversò la mente.

Si alzò piano e si stirò, sollevandosi dal torpore che lo aveva avvolto.

Si diresse piano verso le scale che portavano ai sotteranei, e prima di cominciare a scendere si voltò a guardare fuori: tutto era immobile.

Le scale passavano di fronte una grande porta frigorifera, all’interno della quale era conservato il Plasma alla temperatura ottimale; da una piccola finestrella posta sulla porta, Paul poté costatare che tutto era in ordine, e proseguì nella discesa fino ad arrivare ad una grande sala buia all’interno della quale si intuivano forme e presenze inanimate.

Quasi meccanicamente, Paul girò un grosso interruttore e la luce inondò la sala, mostrando all’unico terrestre presente tutto lo spettacolo che essa conteneva.

File di vetture, tra le più belle e tecnologicamente avanzate dell’intero pianeta giacevano lì, in perenne parcheggio da ormai molti anni, sempre lucide ed impeccabili come se il tempo non fosse mai passato.

Paul si avvicinò alla prima di esse, e con la mano appena tremante ne sfiorò il fianco, lasciando sulla carrozzeria un impercettibile quanto effimero alone di umido; il lilla vivido della vernice, dapprima opaco, tornò a brillare sotto la luce intensa dei riflettori.

Per Paul era impossibile non provare un senso di gran pena nel sottoporsi, ogni giorno, alla sottile tortura della nostalgia, e di nuovo tornava in quel posto unico al mondo per trovarvi ancora la parte migliore di sè.

Quelle vetture rappresentavano la sua memoria storica, la sua stessa ragione di vita, e il vederle lì, inerti, prive della linfa vitale, gli causava uno struggente sentimento di profondo dolore, come se, invece che alle macchine, fosse a lui che mancava il sangue; e in parte era vero.

Rimase in piedi, nel mezzo del grande deposito, a guardare per lungo tempo i fantasmi reali della sua esistenza, e nel suo delirio di sofferenza li vedeva muoversi, ne sentiva il suono dei rombanti motori, vibrava con essi nel crescendo dei giri e poi, sgomento, tornava alla triste realtà come un topo che, dopo aver sentito l’odore del formaggio, vedesse scattare su di sè la trappola che lo avrebbe imprigionato per sempre.

Il silenzio tornò nella mente di Paul, il quale lo accolse come il condannato a morte accoglie finalmente la liberazione finale.

Per un attimo gli parve di essere osservato da dietro la fila di macchine, ma la consapevolezza che nessuno sarebbe potuto entrare lì dentro, se non passandogli davanti, lo convinse ad andarsene.

Fuori, intanto, l’immenso cielo stellato aveva ripreso i colori da tempo dimenticati: uno spesso strato rosa sfumava all’orizzonte e si stagliava contro il netto contrasto nel profondo blu della volta del cielo, e le stelle, immobili, sembravano brillare di una luce che raramente si vedeva; una leggera brezza portava con sè i rumori della vita che lentamente riprendeva ed escludeva, invece, le urla di morte che si alzavano lontane da chissà quale punto del mondo.

Paul, annusando l’aria, si sentì all’improvviso l’uomo più solo della terra e pian piano che questa sensazione cresceva, sentiva che dentro di lui qualcosa cominciava a rompersi; il suo sguardo non era più immobile nello sguardo duro di sempre, le sue mani non stringevano più con il solito vigore la mitraglietta, e sui suoi occhi si stendeva, lento e inesorabile, un velo sottile di lacrime ataviche.

Mentre la prima lacrima gli solcava il viso, il cervello prese a vibrare e un urlo muto e crescente si alzava nella sua mente, lo inondava e lo ottundeva come se mille voci gli parlassero contemporaneamente; Paul aveva la sensazione di sentir scorrere il sangue dalle sue vene al cervello come se fosse una biglia irta di aculei che ad ogni giro gli trafiggesse il corpo flagellandolo con mille ferite, costringendolo a contorcersi in un inutile tentativo di evitare il dolore.

La realtà, per Paul, esplose con tutta la sua violenza.

Si rese improvvisamente conto di tutto quello che lo circondava, e di come la vita gli avesse preparato un destino pieno di sconforto e di dolore che nulla, su questa terra, sarebbe riuscito a lenire.

Nulla, se non la morte.

Ora a Paul non interessava più difendere la sua scorta di Plasma: il feticcio dell’eternità era crollato, e decise che a testimoniare la sua esistenza altro non sarebbe rimasto che quelle macchine silenziose.

Lui sarebbe morto con loro, e come loro.

Abbandonò l’inseparabile mitraglietta, e con calma si diresse verso la cella frigorifera dove erano conservati, insieme al Plasma, anche tutti gli strumenti necessari alla dialisi; ne tirò fuori diversi, tra cui il convertitore sanguigno, insieme a cavi, tubi e siringhe; per ultimo, prese il contenitore stagno del Plasma C6H6.

Lentamente estrasse le buste in esso contenute e cominciò a versarle piano nei serbatoi delle sue macchine; mai rifornimento era stato così prezioso per quelle pur pregevoli vetture.

Finito che ebbe, avviò con scrupolo ogni motore, gustando estasiato il rumore che questi producevano; la strana mistura produceva una alimentazione morbida e gentile, una voce quasi umana: Paul si fermò un momento ad ascoltare quella musica celestiale e poi, scosso dall’impazienza, si diresse verso l’ultima vettura, quella che lui aveva amato di più.

Versò nel suo serbatoio le ultime gocce di Plasma, appena necessarie per far partire il mezzo, poi collegò i tubi della flebo prima al serbatoio, poi, con un ago a farfalla, alle sue vene.

Avviò dolcemente il motore, il quale partì senza scosse; la depressione creata dall’avviamento provocava il risucchio necessario a far affluire, dalle sue vene, il Plasma che avrebbe restituito la vita alla sua splendida macchina e l’avrebbe tolta, pian piano, a lui.

Mentre lentamente moriva, Paul ascoltava di nuovo quel sottofondo celestiale che lo accompagnava per l’ultimo viaggio; la ragione della sua vita e la causa della sua morte raccolti insieme in un intimo giudizio universale: pochi uomini, sulla Terra, avevano avuto la fortuna di morire così.

Dopo poco la morte sorprese Paul con un sorriso sulle labbra; intanto, a poco a poco, le macchine si spengevano, lasciando al silenzio il compito di stendere l’ultimo, pietoso sudario sulla vita di Paul Simmons.

Fuori di lì il sole tornava a splendere, mentre specie ormai estinte di fiori e di piante tornavano alla vita, affacciandosi su un panorama non più desolato e grigio come quello del passato; piccoli animali cominciavano a popolare le foreste; i fiumi e i laghi tornavano pescosi e il cielo si riempiva di strani uccelli colorati.

La vita tornava finalmente a tracciare la sua strada senza che nessuno, ormai, fosse più in grado di rallentarne il progresso; esplodeva in tutta la sua primitività densa di attese per il futuro.

Forse, tra qualche milione di anni, il Brontosauro tornerà a scegliere i germogli più teneri nella foresta; forse, non lo farà.

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