LA MACCHINA

Era la quinta volta, ormai, che tentavo di telefonare alla CyberMemory per farmi riparare il Real-O-Matic che si era nel frattempo definitivamente guastato ma, per la quinta volta, la voce metallica della segreteria telefonica mi annunciava che le prenotazioni odierne erano chiuse e che avrei dovuto telefonare il giorno dopo. Purtroppo però erano solo le 9.30 del mattino, e quel messaggio non faceva altro che annunciarmi che molto probabilmente per la prossima settimana, e forse anche più, non avrei avuto la possibilità di ottenere un appuntamento dal tecnico.

Tentai nuovamente, stavolta presso gli uffici amministrativi della CyberMemory, ma, ugualmente, una voce elettronica mi avvertiva che a causa di guasti alla rete telefonica non era possibile comunicare con la sede per i prossimi due giorni.

Un moto di rabbia mi assalì; era la seconda volta, nel giro di un anno, che la fottuta macchina di realtà si guastava e, se pure la prima volta si era risolto tutto in pochi giorni, i danni causati dalla sospensione di realtà virtuale furono abbastanza profondi, e ora il timore che il guasto non avrebbe potuto essere riparato prima di una settimana o due mi gettava nel panico di non riuscire a superare la crisi… Ma perché non assumevano più personale, perché non potenziavano l’organico, perché lasciavano che la gente soffrisse così, maledetta CyberMemory!

Amareggiato, mi avvicinai alla finestra olografica, sintonizzai un paesaggio montano e cercai di rilassarmi e di prepararmi ad affrontare la lunga attesa che mi separava dal ritorno in me stesso o, se preferite, nel me stesso virtuale.

Le norme governative in caso di guasto alle macchine produttrici di realtà erano chiare: nessuno, per nessun motivo, doveva uscire dalla propria abitazione, nessuno doveva entrare in relazione con gli altri, erano obbligatorie le proiezioni olografiche di supporto alla crisi e, per i casi superiori ai sette giorni, era obbligatorio il trattamento di potenziamento chimico di cui era stata distribuita la dose individuale durante l’ultimo vaccino post-atomico.

Il cosiddetto trattamento di potenziamento consisteva, in parole povere, in una serie di neuroeccitatori stimolatori di sinapsi, da somministrare con ritmi regolari, che avrebbero da una parte inibito sintomi di depressione, aggressione e atonia, mentre dall’altra avrebbero stimolato le sensazioni di piacere che, abbinate alle proiezioni olografiche, avrebbero tamponato efficacemente la crisi fino all’arrivo dei tecnici e alla soluzione, quindi, del problema.

Pochi, però, erano riusciti a terminare incolumi il trattamento e si racconta (dicerie, senz’altro) che alcuni siano rimasti perennemente in un limbo di pseudo-realtà e di altri impazziti e conseguentemente morti in preda ad incubi allucinatori.

Mentre bevevo il secondo caffè sintetico della mattina, mi si affacciavano alla mente i ricordi della mia ultima crisi, quando, colmo delle combinazioni, si guastò anche la finestra olografica ed ebbi modo di vedere quello che di più squallido e terribile c’era “al di fuori”: il cielo grigio di vapori inquinanti, gli enormi palazzi, a volte più di otto piani, dove la gente viveva ammassata in appartamenti di poche decine di metri quadri, e poi la gente stessa, grigia, insignificante, curva sotto il peso dei problemi quotidiani, in preda ad isterie e nevrosi…

E quello che mi fece star male fu che non si trattava della realtà degli altri, ma della mia, o meglio della stessa realtà condivisa da tutti.

Fu così che subii il crollo e la crisi si acuì molto più di quanto avrebbe dovuto a causa del poco tempo di astinenza; fu solo grazie all’Unità di intervento speciale che riuscirono a salvarmi e a riattivare la macchina. Da quel giorno, la mia vita riprese a scorrere liscia, senza intoppi, arricchita ogni giorno da esperienze ed emozioni nuove e vibranti. Fino ad oggi, che un banale guasto o un calo di tensione hanno guastato la macchina e mi hanno rigettato nella più cupa disperazione…

Avevo pensato più volte all’innesto definitivo, al chip psicogeno che la CyberMemory offriva ad un prezzo stracciato grazie agli incentivi statali, ma non avevo mai considerato seriamente questa opportunità, in primo luogo perché mi consideravo ancora troppo giovane per questo tipo di intervento, e poi perché ritenevo moralmente più giusto che una persona avesse la possibilità di dissociarsi (almeno ogni tanto, sebbene fosse fuorilegge) dalle macchine di realtà. Fossi stato meno idealista e più concreto, ora non mi troverei in questo pasticcio nell’obbligo di attendere un tecnico che chissà quando arriverà.

Dovevo comunque impegnare il mio tempo, trovare attività fisiche coinvolgenti, cercare di non lasciarmi trasportare dall’onda dei pensieri o, se possibile di non pensare affatto; la lunga inattività dovuta al collegamento alle macchine non consentiva margini sicuri di tollerabilità ad una attività psichica consistente, compresa tra le 36 e le 72 ore: era questo il limite globale imposto dalle norme di Salute Pubblica che, se anche non ci fossero, sarebbero rispettate ugualmente, dal momento che ormai quasi più nessuno riesce a tollerare anche solo la metà di quel limite.

Dovete sapere che l’attività psichica, ovvero il pensare per più di dodici ore comporta inevitabili e, in molti casi, irrimediabili stress: dissociazione della personalità, ansia, schizofrenia, follia, tutte quelle patologie che grazie alla creazione delle macchine produttrici di realtà sono state quasi definitivamente sgominate, o almeno attenuate perché, grazie alla sostituzione dell’attività psichica con quella virtuale, tutte le responsabilità, le decisioni e più in generale tutti i fattori di stress sono ora demandati alle macchine o ai chips psicogeni che sostituiscono tutti questi fattori con il riflesso della loro valenza positiva; così, per esempio, un umile manovale può diventare un uomo di successo, un uomo brutto un playboy e così via, in un intreccio perenne di realtà virtuali che generano un mondo pulito, umano, soddisfacente per tutti.

Sono le 14, e quindi più di quattro ore che la macchina è disattivata ed io sono in contatto diretto con la realtà reale; devo dire che credevo andasse peggio, e ho deciso che non comincerò con le proiezioni olografiche fino a quando i primi sintomi di crisi non si affacceranno in maniera violenta; questo mi conforta, perché forse posso evitare il trattamento di potenziamento o usarlo alla fine solo per grave necessità: per il momento, dato che tutte le altre macchine funzionano a dovere, mi accontento di starmene qui, vicino alla finestra che rimanda immagini godibili e rassicuranti: ora montagne nevose, ora laghetti pescosi e cittadelle ridenti…

Riprovo a chiamare, stessa risposta. Ora sono più calmo, ma da un paio d’ore (sono ormai le 18) subisco un ritorno alterno di memoria virtuale; rivedo la mia casa meravigliosa, il mio ufficio nella City, la splendida FerrariCopter parcheggiata fuori; ho rivisto perfino la grinta simpatica del mio capo ufficio, il Signor Valent, che mi diceva: ”Avanti, ingegnere, non batta la fiacca, dobbiamo produrre, produrre!” mentre si allontanava di gran carriera lungo il corridoio solarizzato dei nostri studi. Non vedo l’ora di tornare al mio lavoro, è così ricco di soddisfazioni che nessun altro mondo, all’infuori di questo, mi può offrire. Ne approfitterò anche per fare una vacanza, dopo questa avventura me la merito e…

CRISTO!… Un ritorno di memoria reale!

Dio mio, che dolore, che ansia… Per un momento ho rivisto quelle case, quel cielo e un bambino, seminudo, che tendeva le sue mani verso di me… che orrore…che orrore…

Ho deciso di tenere un piccolo “diario” di questa crisi, registrerò su nastro le sensazioni della crisi, questo mi terrà impegnato durante la snervante attesa e mi permetterà di distrarmi dai dolori, che ora si fanno più frequenti.

Sono le 20, e a undici ore circa dal guasto della macchina comincio a sentire i primi sintomi di nausea e di riflusso: fasi alterne di lucidità e di realtà virtuale si succedono con ritmi crescenti; ora si seguono a meno di un’ora uno dall’altro ed entrambi, comunque, non mi lasciano un attimo di respiro.

Aspetterò ancora un po’, poi tenterò di dormire; può darsi che, grazie al sonno, riesca ad arrivare fino a domattina senza grossi problemi. Se riesco a rilassarmi troverò un po’ di pace…

Ore 24: sono stato per più di un’ora in preda alla nausea, ma non una nausea fisica: conati psichici, se riuscite a capirmi, cioè ritorni forzati di memoria reale; prorompono come i sintomi di nausea vera e propria, ma dopo non lasciano un senso di sollievo: ho vomitato pezzi di memoria così violenta che la testa ora mi scoppia, vorrei guardarmi allo specchio ma ho paura; non mi sono mai veramente abituato alla mia immagine reale, così squallida, mediocre, mentre il mio alter-ego virtuale è bello, possente, dotato… Non voglio guardarmi, c’è il rischio che la mia vista mi faccia riaffiorare ricordi della mia giovinezza, ancora più spiacevoli.

Devo correre il rischio di pensare, malgrado mi provochi dolore, proverò a ripercorrere la breve storia che ci ha portati a questo punto…

Tutto ebbe inizio nel 1993, dopo l’ultimo incidente nucleare alla centrale di Tomsk, in Siberia; quello che apparentemente sembrava un’altro incidente di routine, divenne in poco tempo una catastrofe, a cui seguì, in breve tempo, un’altro incidente, o almeno così dissero, nella centrale nucleare di Fabrienne, in Francia, dove nella settimana successiva all’incidente persero la vita più di milleduecento persone in Europa.

Nel 1998 veniva imposto il Regime Controllato, con il quale si dovevano regolamentare le nascite di ogni essere vivente sulla Terra, razionare le risorse idriche mondiali e quelle alimentari, ma, a causa dei noti contrasti dell’epoca tra le varie nazioni, in poco tempo si innescò un meccanismo che portò in poco tempo all’espandersi di guerre locali e guerre civili. Nel 2004 la popolazione mondiale era ridotta a due miliardi di individui; parte dell’Asia, in particolare l’India, diventarono desertiche, la popolazione sterminata dalle radiazioni e dall’effetto serra che aveva bruciato un terzo delle terre emerse e cominciava a rodere i ghiacci Polari: in Eurasia (parte della vecchia Europa e dei paesi dell’Est, compresa metà della Russia), nel frattempo, si era instaurato un governo formato per metà da politici di professione, per l’altra metà da scienziati con una partecipazione delle grandi industrie elettroniche sopravvissute alla guerra, nel tentativo di produrre un rimedio per salvare i popoli Eurasiatici; fu per questo che venne definito “Governo Tecnologico”.

Il Governo Tecnologico impose alla popolazione, con il passare del tempo, regimi di vita sempre più sacrificanti delle libertà e dei diritti umani, fino a produrre una popolazione schiava e ridotta ormai alla barbarie, completamente succube della tecnologia; forme patologiche aberranti presero via via il posto dei normali sentimenti, e, sempre più, la gente preferiva autoeliminarsi piuttosto che vivere in quelle condizioni. Inoltre, la continua esposizione ai raggi delle macchine provocava il cosidetto “Effetto Storming”: alcuni, in preda alle forti sollecitazioni, esplodevano, altri bruciavano all’improvviso; fu questo che portò la demografia eurasiatica a livelli attuali: 15 milioni di persone, dove prima ne vivevano un miliardo.

Nel 2010, ormai allo stremo, le varie fazioni mondiali rimaste, decisero di unirsi per fornire all’umanità, o a quello che ne rimaneva, una possibilità di scampo; nel giro di due anni fu approntato il Sistema Virtuale Globale, che prevedeva, non essendoci più possibilità di recupero, l’arricchimento della vita reale con un sistema di vita virtuale, che avrebbe permesso di tollerare il tenore di vita, ormai brutale, grazie all’istallazione sistematica di un sofisticato sistema cibernetico diffuso attraverso macchine produttrici di realtà individuale.

Con il passare del tempo si ristabilì un equilibrio e, seppure le nascite erano sempre al di sotto dei decessi, piano piano la popolazione mondiale ricominciò a vivere; il problema è che questa non viveva più la sua vita, peraltro intollerabile, ma una vita virtuale, in tutto e per tutto uguale alla vita reale, soltanto più bella, anzi, “perfetta”.

Nacquero case produttrici di macchine virtuali e di chips psicogeni, tra cui la CyberMemory, una delle più affermate e richieste.

E’ così, quindi che oggi viviamo, e non è una vita “finta”, ma perfettamente reale: odori, colori, sentimenti puramente reali, senza il vizio di nessun problema; quello che c’è fuori non ci piace, non lo vogliamo vedere. Preferiamo star qui e credere di pensare, credere di vivere, senza più conflitti né delusioni…

Sono le 5 del mattino e sono stremato.

Non sono riuscito a chiudere occhio, vivo nell’attesa che sia possibile chiamare un tecnico che mi sollevi da questo strazio. Mi sono improvvisamente reso conto che non resisterò ancora per molto: se non mi addormento subito dovrò iniziare le proiezioni olografiche.

Ore 9: la prima proiezione olografica è stata di grande giovamento; si trattava di uno spezzone creato con insiemi di situazioni probabili che la macchina elabora nel tempo ipotizzando una serie di episodi plausibili. Questa volta si è trattato di un pranzo di lavoro e di una visita ai miei genitori fuori città.

Durante la visione ho avuto solo brevemente dei rigurgiti di realtà, ma, nel complesso, ora sto meglio; la proiezione mi ha permesso di addormentarmi per un paio d’ore e di tranquillizzarmi; mi farò un caffè sintetico e proverò di nuovo a chiamare la CyberMemory, per sentire se finalmente è possibile la riparazione.

Nulla, al telefono non risponde nessuno, nel senso che la linea sembra isolata, o che abbiano staccato il telefono; non vorrei che ci fosse qualche problema più grosso dietro, come per esempio un guasto alla centrale, o magari un eccesso di guasti, segno che le cose si stanno mettendo male per tutti…

Ore 10: di nuovo la crisi… Crampi generalizzati, non riesco a individuare da dove viene il dolore, confusione, troppa confusione, devo riuscire ad arrivare alla centralina di controllo delle proiezioni, devo assolutamente sottopormi ad un’altra proiezione olografica…

Ore 12.30 (almeno credo): sono svenuto, oppure non ricordo quello che è successo in questo periodo; non sono riuscito ad attivare la seconda proiezione, mi sono risvegliato tra il letto e la centrale di controllo, devo essere crollato in questo punto… Se continua così, prima di sera dovrò ricorrere al potenziamento chimico, anche se non voglio…

Ore 18: sono riuscito a stento a telefonare alla CyberMemory! Sono riuscito finalmente a mettermi in contatto col reparto Riparazioni, ho lasciato il mio numero, tra poco saranno qui: finalmente potrò liberarmi dall’incubo. Ormai le allucinazioni (così noi chiamiamo i ritorni di realtà) si fanno sempre più frequenti; ho immaginato di trovarmi nel lager di Kassen, dove rinchiudevano i ribelli, quelli che si rifiutavano di sottomettersi al Sistema Virtuale del governo; nell’anno 2015 morirono in quel lager più di 1500 persone, sterminate dalle Squadre d’Azione Governativa: il loro sacrificio fu inutile, la totalità della popolazione aveva già accettato l’ultimo compromesso che le veniva offerto: una vita immaginaria contro una non-vita.

Spero che arrivino presto… presto…

Non sò più che ore sono, la vista non mi permette di vedere decentemente; sto perdendo le speranze che qualcuno arrivi in tempo prima che io impazzisca… E’ impossibile che i tecnici riescano a raggiungere la zona a quest’ora, dev’essere notte ormai, un’altra lunga notte da passare con la realtà…

Sono debole, non mangio e, se anche mangiassi, la nausea mi costringerebbe a vomitare… Non credo che arriverò a domani mattina…

***

-”William, William, svegliati, sono le sette… Ti ho portato un caffè, svegliati ora altrimenti…”-

La signora Abbott attese ancora un secondo, poi scrollò forte il marito, nel tentativo di svegliarlo ma… non si svegliò.

Il caffè macchiò lo scendiletto e le pantofole di William, ma sua moglie non ebbe modo di accorgersene; era inginocchiata accanto al marito e piangeva, perché sapeva che non lo avrebbe più rivisto.

Il suo William… dopo l’incidente non si era più veramente ristabilito, era come se qualcosa in lui fosse cambiato definitivamente… tutti quei deliri, che ogni tanto si impadronivano di lui, quelle allucinazioni perverse… La signora Abbott si domandò come era possibile che a sette anni dal Duemila la scienza non avesse risolto ancora problemi come quelli di William… Ma fu solo un attimo; poi alzò la cornetta e chiamò i parenti.

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