IL GIORNO DEL RITORNO

Quello fu il giorno in cui ritornarono.

Li vidi arrivare di mattina presto, prima ombre indefinite, a causa della foschia che si estendeva sui campi; poi, mano a mano che il sole diradava la bruma, asciugando l’erba, la terra e le mie ossa, cominciai a distinguerne meglio i contorni, e quelle ombre lattiginose si trasformarono in uomini, donne, bambini…

Erano ancora lontani, sebbene già visibili, e non mi resi subito conto che, tra loro, avrei potuto riconoscerne più d’uno; il loro avanzare, disomogeneo e incostante, per una qualche ragione mi trasmetteva un pacato senso di serenità.

Rimasi lì a gurdarli avanzare, indeciso e confuso nel rendermi conto che, sulla linea dell’orizzonte, erano migliaia e formavano una compatta e maestosa massa; malgrado questo, perdurava in me quella percezione di ineluttabile calma.

Mi resi conto di considerare quell’invasione assolutamente inoffensiva, confortata dalla ingiustificata sensazione che coloro che stavo osservando stessero “tornando” da qualche luogo lontano verso i propri lidi, e che il loro incedere fosse quello del viaggiatore che, dopo tanto cammino e tanta lontananza, ritrova finalmente i familiari paesaggi.

Non mi passò nemmeno per un attimo nella mente l’idea che quell’esodo potesse rappresentare un pericolo.

Cominciai, col passare dei minuti, a distinguere meglio le figure e i gesti delle persone sparse tra la folla: alcuni procedevano assieme, altri isolati; lì una madre teneva per mano il suo bambino, più giù una coppia di anziani si tenevano sotto braccio; alcuni, più giovani e impazienti, affrettavano di più il passo.

Il sole, ormai alto, avvolgeva tutti in una luce calda, donando riflessi di miele e d’oro al paesaggio e a tutti quei personaggi che intorno ad esso, a perdita d’occhio, si muovevano. L’aria immobile e fresca di quel mattino d’aprile la conserverò nel mio ricordo per tutta la vita.

Lentamente i primi tra loro si stavano avvicinando, e ognuno prendeva un percorso diverso, per raggiungere luoghi solo a loro conosciuti.

I primi che mi passarono accanto mi sorrisero, e i loro sorrisi erano taciti saluti, ma contenevano anche qualcosa d’altro, una traccia forse, o un segno comune a tutti loro, ma non a me.

Avrei voluto fermarne qualcuno, domandare loro di dove venissero e dove andassero e, anzi, mi ero quasi risolto a farlo quando vidi uno, tra loro, che veniva proprio nella mia direzione.

Attesi che mi raggiungesse, tentando nel frattempo di definirne meglio le fattezze, ma il sole alle sue spalli mi impedì di distinguerne il volto fino a che non mi fu davanti.

Aspettò qualche momento, forse per darmi il tempo di riconoscerlo, poi allungò una mano, mi strinse amichevolmente una spalla e mi disse: «Ciao, Renzo».

Il tempo non lo aveva cambiato, il suo volto era lo stesso fissato nella mia memoria, ma i suoi occhi, la sua voce, avevano attraversato mille anni di consapevolezza, e il suo sguardo mi riportò indietro di vent’anni, al giorno, cioè, in cui l’avevo visto per l’ultima volta.

«Dino». Quando pronunciai il suo nome, l’antico dolore si sciolse in un attimo, il torrente di tutte le lacrime piante tornò alla sorgente, e una commozione senza nome penetrò nel mio cuore come lava incandescente. Lo abbracciai e non dissi nulla, in attesa che la tempesta del dolore si placasse restituendomi la quiete necessaria per comprendere quello che stava accadendo. Dovetti lottare duramente con la mia coscienza, che rifiutava ciò che il cuore le comunicava e ciò che i miei occhi vedevano con tanta chiarezza.

Mentre restavamo legati in quel lungo abbraccio, quasi temendo di perderci di nuovo, il tempo cominciò a scorrere all’indietro, sempre più veloce, fino a raggiungere quei giorni lontani.

Erano i primi giorni di agosto.

Il calore e il sole di quella splendida mattina trasmettevano ai miei muscoli tutta la tensione della giovinezza, sentivo il mio corpo vibrare insieme ai dolci refoli di vento che sollevavano la mia pelle dall’arsura cocente; era il momento più bello della mia vita, quello in cui è veramente difficile credere che qualcosa o qualcuno ci possa ferire.

Incontrai Dino al solito posto, sul tardi, insieme agli altri amici che, come noi, godevano della pausa estiva dalla scuola o dal lavoro. Non provavo, allora, l’opprimente desiderio di fuggire dalla città non appena arrivasse l’estate, perché, nell’ingenuo egoismo della mia età, vedevo i luoghi soliti trasformarsi in località di villeggiatura non appena arrivavano i primi caldi.

Quella mattina era insolito incontrare Dino, che era uno dei pochi tra noi che lavorasse a tempo pieno, e così capii che doveva aver iniziato quel giorno le sue ferie.

«Partirò domani» mi disse infatti «ma starò via solo una quindicina di giorni»; andava a passare due settimane da alcuni parenti al sud, insieme ai genitori, così seppi che quell’estate, almeno per metà agosto, sarei rimasto più o meno da solo.

La cosa non mi sarebbe pesata affatto se, tra gli altri, fosse rimasto anche Dino; mi consolai pensando che, al suo ritorno, avremmo potuto passare qualche giorno insieme e forse saremmo anche potuti partire per un breve periodo in campeggio.

Mentre ora ho davanti a me Dino, lo guardo mentre mi guarda, e sento fluire di nuovo tra noi l’allegra complicità di tanti giorni spensierati passati assieme, è come se non fosse passato nemmeno un giorno dal distacco, e diventa più difficile ritrovare, dentro di me, i dettagli di quello che seguì dopo, come se la mia mente rifiutasse di ricordare.

I primi giorni furono abbastanza duri, perché passare dalla frequentazione quotidiana e praticamente assidua con Dino alla noiosa routine dell’estate in città, svuotata dai grandi esodi e resa ancor più insopportabile dal caldo; poi, man mano che i giorni passavano, mi abituai a quei ritmi forzatamente lenti, in cui, tutto sommato, l’inutilità di qualsiasi gesto giustificava la naturale inedia che si impadronì di me. Subii lo scorrere lento di quelle due settimane come le montagne subiscono lo stillicidio del vento che inesorabilmente le percuote.

Poi, finalmente, la consapevolezza del tempo trascorso mi restituì un pò di energia, l’avvicinarsi della metà di agosto mi indufe le giuste motivazione per ricominciare a fare programmi, e mi ritrovai di colpo alla vigilia del rientro di Dino.

Quella mattina decisi di uscire, di scrollarmi di dosso un pò di apatia e recuperare un pò di colore, in realtà messo dalla segreta speranza di veder spuntare Dino col suo passo lento e spavaldo e la sua faccia da schiaffi ancora più messaggera di chissà quali furbizie.

Incontrai invece Pietro, un ragazzo del gruppo che, in realtà, cercavo di non incontrare mai faccia a faccia, perché finiva sempre con l’inchiodare l’interlocutore in prolisse e noiosissime narrazioni della proprie personalissime e in verità insignificanti vicende.

Quella mattina, però, non potei fare a meno di incontrarlo perchè ci ritrovammo a pochi passi uno dall’altro e, in più, fece in modo di catturare subito la mia attenzione con un gesto quasi perentorio.

Mi disse che doveva parlarmi e volle offrirmi un caffè, cosa alquanto insolita dal momento che in quel periodo eravamo tutti drammaticamente in bolletta, e lui più degli altri. Il suo atteggiamento da cospiratore mi preoccupò, così come il fatto che mi passò un braccio sulle spalle e mi guidò drasticamente verso un bar, articolando varie frasi senza però entrare in nessun argomento.

Quando entrammo nel bar, invece di ordinare i caffè chiese il giornale, poi mi tirò da parte e dopo aver sfogliato alcune pagine per cercare quel che doveva, lo posò aperto sulla cronaca e mi disse: «Leggi».

Guardai le pagine, lessi dei titoli senza collegare le parole tra loro, non capivo cosa voleva che leggessi, non avevo voglia di leggere e cominciai onestamente a cercare una scusa per allontanarmi senza offenderlo, quando i miei occhi cominciarono a raccogliere piccoli frammenti e il mio cervello, suo malgrado, cominciò a collegarli e a dargli un senso.

Lessi dapprima “…ragazzo di Roma”, “…dai parenti”, “I suoi genitori…”, “…fulmine”, “…scappavano…”.

Avevo già capito, eppure i miei occhi rifiutavano di andare su quel rigo maledetto dove era scritto il suo nome, un nome che sul giornale mi appariva estraneo, lontano; poi compresi che non potevo far finta, e così lessi il breve trafiletto:

“Dino B., romano di 18 anni in visita ai parenti assieme ai genitori, ieri, 15 agosto, faceva allegramente il bagno assieme ad alcuni coetanei. La giornata non era delle migliori a causa delle perturbazioni che hanno reso questo ferragosto meno estivo ma, forse per festeggiare l’ultimo bagno della vacanza, forse solo per gioco, Dino si è attardato in acqua mentre i suoi amici scappavano a riva, cacciati da un violento temporale che in pochi istanti si era scatenato. A quel punto Dino è ancora al largo quando un fulmine lo ha colpito in pieno, uccidendolo sul colpo. I genitori, disperati…”.

Pietro mi parlava, mi toccava, ma un rombo sordo dentro di me mi isolava dal mondo. Barcollai, lo allontanai da me mentre diceva parole di circostanza. Mi sembrava ancora tutto troppo assurdo, credevo di aver letto male mentre sapevo benissimo che quella era la verità e io non avrei più rivisto Dino.

Scappai, mi isolai, piansi tutta la consapevolezza della morte per la prima volta in vita mia, sanguinai nel cuore e nell’anima e invecchiai, seduto sul bordo del mio letto, e morendo un pò anch’io.

I funerali si tennero lì dove avvenne il fatto e quindi lo rividi solo nella fotografia a figura intera che apposero vicino alla lapide provvisoria della sua tomba.

L’assurdità di quella scomparsa, la sua atroce modalità, la perentorietà del dolore che mi procurò e, infine, l’ingiustizia fondamentale che racchiudeva mi sconvolsero, e anche quando smisi di parlarne con gli altri, un profondo, egoistico e coriaceo vuoto rimase dentro di me.

Fino ad oggi.

Fino ad ora che Dino è qui davanti a me, sorride e assurdamente mi stupisce il fatto che sia venuto da me, che in fondo ero solo un amico, anche se quello più affezionato e presente degli ultimi giorni, e forse è proprio questa sospensione, quel “Ci vediamo tra quindici giorni, mi raccomando, non partire senza di me”; quel legame involontario che ci ha unito per più di vent’anni e che ora ci ricongiuge, mentre questa folla silenziosa ci passa accanto e sorride, ecco cos’era quel sorriso vago, quella luce nei loro occhi, era un modo per dirmi: “Vedrai, è tornato qualcuno anche per te!”.

Ora che mi guardo meglio intorno, ora che il dolore è risalito alla sorgente e le lacrime si sono asciugate nei miei occhi, ora riconosco più di uno intorno a me: quello è Fabrizio, quello è Marco, l’altro è Luciano, più giù c’è persino un mio caro zio, anzi due, e quella donna col suo bambino, sì, la conoscevo e anche l’altro, laggiù, non ricordo i nomi ma i loro volti sì e tutti loro ebbero in vita, per me, un significato, un gesto gentile.

Il sole è più alto ora, e la luce è più forte e calda e sapida di qualsiasi altro momento della mia vita; socchiudo gli occhi e cerco di trattenerla in me, di cullarmi nel suo tepore, sforzandomi ci doncepire quello che sta accadendo senza peraltro riuscirci, beandomi di quel miracolo che penso farà la gioia di tanti, sicuramente di tutti coloro che hanno amato e perso i loro cari con la dolorosa certezza di non vederli mai più e che oggi, da oggi, li rivedranno, perchè questo è il giorno del ritorno.

Mi sciolgo dall’abbraccio di Dino, mi allontano di un passo e lo guardo negli occhi che sorridono sereni, nel suo sguardo di solidarietà, mentre altri si fanno d’attorno e tutto hanno un gesto per me, una parola per me e io mi sento più amato, meno solo, e d’un tratto capisco, quando Dino mi dice: «Benvenuto tra noi».

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