ALLO SPECCHIO

Allora, la storia è questa: mi sto lavando la faccia davanti allo specchio, mi guardo attraverso le cascatelle d’acqua sugli occhi, fa caldo e ho piacere di passarmi il liquido fresco e corroborante sul viso. Abbasso la faccia, la rialzo e mi guardo, la abbasso, la alzo, mi guardo: a un certo punto, alla fine della pedissequa sequenza mi prende un giramento di testa di quelli che effettivamente fai fatica a razionalizzare se sei ancora dritto in piedi o per caso ti hanno rovesciato a testa in sotto.

E cado nello specchio.

Non sullo specchio, magari rompendolo, no: ci casco dentro.

Mi gira la testa e ci casco dentro; come faccio a dirtelo con tutta questa sicurezza non lo so nemmeno io ma è così: ho fatto una giravolta (o l’ha fatta il mio cervello), una mezza spirale e op-là! mi sono ritrovato dall’altra parte dello specchio.

Non mi drogo, non bevo alcolici, non mangio pesante, cerco di dormire quanto posso, conosco le tecniche di rilassamento orientali e occidentali e le pratico, sono una personcina tranquilla: che cosa ci faccio dall’altra parte dello specchio? Perché proprio a me deve capitare?

Mi sono girato (da dentro lo specchio): tutto normale. Il bagno, gli oggetti, la porta, la finestra: tutto nor-ma-le.

Il discorso è questo: quando sono davanti al lavabo, nel bagno, la porta è alla mia destra e la finestra alla mia sinistra, ok? Tutto chiaro? Quando sono caduto nello specchio, lì per lì ho pensato: mi è girata la testa. Poi quando gli occhi si sono fermati e ho riacquistato stabilità, la mia visione periferica mi ha suggerito: ehi, fesso, c’è qualcosa che non va! Ho guardato sui due lati: la finestra era a destra, la porta a sinistra! Quindi vedi, o in una frazione di secondo qualcuno o qualcosa ha smontato e ricostruito la stanza da bagno o io sono effettivamente caduto nello specchio.

Ma chi se ne frega, ho pensato: c’ho mica tutto ‘sto tempo da perdere. Così mi sono asciugato la faccia guardandomi allo specchio e in un angolino del cervello una vocina bastarda mi suggeriva dubbi e ansie che non volevo avere. Il vigliacco che è in me invece mi spingeva a pensare: sarà mica tutto ‘sto dramma, si sono invertite le porte, le finestre, cazzo, mi abituerò, mica ho perso un braccio!

Così ho dato retta al vigliacco e ho fatto finta di niente; quando sono arrivato davanti la porta e ho messo la mano sulla maniglia un fulminino mi ha strazzato il fegato e per un attimo quasi quasi me la faccio sotto: sai quando stai per fare un salto nel buio? Ecco, ti si contrae lo sfintere, hai voglia a fare il vago. Ho pensato: cazzo ci trovo adesso dall’altra parte? Ma è stato un attimo, il vigliacco che è in me c’ha un ego bello grosso e ha preso il sopravvento.

Zac! Apro la porta e… tutto uguale, solo invertito. La libreria era a destra? Ora è a sinistra, con tutto quello che c’era sopra. Il letto al centro? E al centro è rimasto (era ovvio). Apro l’armadio per prendere una camicia ma ci trovo i maglioni: ah ah! (che fesso). Chiudo, apro l’altra anta, ecco le camicie, quelle scure sotto, quelle chiare sopra, come prima, prendo la blu scura, la indosso, è ok (che strano). Pantaloni: rifletto un attimo, ma non serve: apro di scatto l’anta centrale e dentro ci trovo i pantaloni. Sono perfettamente padrone della situazione, il vigliaccone che è in me aveva ragione. Finisco di vestirmi e le ultime preoccupazioni si stemperano nell’abitudine di gesti ripetuti e consueti. Raccolgo denaro, chiavi, occhiali da sole, mi guardo un’ultima volta allo specchio prima di uscire e vedo… il muro. Lo specchio è dall’altra parte (quasi mi diverto). Cerco la maniglia della porta e vado a vuoto, è dall’altra parte. Esco disinvolto e tranquillo, prendo le scale e scendo. Ed effettivamente scendo, cioè arrivo al pianterreno. Imbocco il breve corridoio che conduce al portone, la sagoma del custode si staglia consueta sulla soglia, mani intrecciate dietro la schiena e divisa stirata: passo e lo saluto (buongiorno!).

– Ma và a cagare, deficiente…

Comecosa? Mi pare d’aver capito male. Rallento il passo quel tanto che basta da non poter trascurare il fatto che effettivamente ho sentito bene. Mi volto di sottecchi (non posso farne a meno!), guardo il tipo nel timore che ribadisca il concetto e mi costringa a reagire. Invece lo vedo già distratto e sornione con un mezzo sorriso stampato sulla faccia: tutto normale. Come se mi avesse detto buongiorno dottore, buon lavoro!

Arrivo in garage, apro la macchina, sto per salire e passa il guardiano; mi vede, alza un braccio e mi fa: bongiorno dotto’, pure oggi a rubba’ er pane eh? e si allontana sorridendo. Ho giusto il tempo di alzare appena il mento, tanto per restituire il saluto in un vortice di imbarazzo. Una battuta, forse un po’ calcata, ma pur sempre una innocua battuta. Deglutisco e salgo in macchina.

Fuori è una bella giornata ma non mi accorgo del sole che scalda, dell’aria leggera: mi guardo intorno come se mi trovassi in una giungla sconosciuta. Avanzo piano sulla strada incrociando altri indaffarati e distratti personaggi, mi sembra tutto uguale a prima. Continuo a fare un raffronto diretto tra quello che vedo e quello che ricordo ma è tutto uguale, tutto troppo uguale.

Al semaforo rosso rifletto ottusamente su quel che mi capita distraendomi alla ricerca di un segnale che mi dica che è tutto a posto. Di fianco a me, dentro un’altra vettura, il tipo al volante è impegnato a scavare con un dito all’interno di una narice; rotea e affonda, tenta l’aggancio con gli occhi preoccupati, poi estrae un filamento verdognolo di una certa consistenza che vibra e collassa non appena lo strappa dalla sua radice di muco. Si accorge che lo sto guardando, alza le sopracciglia, mi mostra il dito e sorride come a dire: visto? Ce l’ho fatta, fammi i complimenti! Faccio un cenno di assenso con la testa e sorrido (bravo, bravo, bel lavoro!), ma ho la faccia di gesso e comincio a sudare. Scatta il verde e riparto lentamente per non strappare il sottile velo del mio equilibrio mentale che è rimasto attaccato alla normalità di quel semaforo rosso.

Il tipo mi supera con una mano alzata in segno di saluto e appena la sua auto passa ho giusto il tempo di credere di vedere una donna appollaiata vicino al marciapiede mentre fa pipì. Sorride ai passanti che la guardano mentre si tiene alzata la gonna del tailleur e il filo di perle che le ciondola davanti. E’ un attimo, poi scompare.

Due uomini, più avanti, se le danno di santa ragione, sangue sulle camicie azzurre e capelli scomposti.

Aspetto di lasciarmeli alle spalle e accosto l’auto al marciapiede. Mi guardo intorno e respiro a fondo, ho un nodo alla gola e un vago senso di nausea. Il vigliacco che è in me, essendo tale, è scappato: non c’è più ombra di giustificazioni tranquillizzanti. Cerco un assetto mentale diverso ma sbaglio l’approccio e mi ritrovo immerso in una preoccupazione di fondo. Pura melma psichica in cui annaspo senza riuscire a definire un solo particolare valido. Ma non posso star qui tutto il giorno, e riparto cercando di arrivare al lavoro.

Parcheggio, chiudo, m’incammino. Tutto normale. Svolto un angolo poi un altro, imbocco il portone a testa bassa: tutto normale. Entro finalmente in ascensore e solo all’ultimo mi accorgo di qualcuno alle mie spalle: dev’essere entrato un istante prima di me. Mi volto guardingo e ho un moto di sollievo quando vedo il collega dell’ufficio acquisti. Non faccio in tempo a frenare la lingua che mi esce un: ciao, come va? Maledette convenzioni. Quello alza gli occhi, mi guarda, e con la pace più grande del mondo mi fa: Oggi bene, grazie. Per fortuna mi sono svegliato meglio, stamattina. Ieri avrei voluto ammazzarmi, ho aperto la finestra e ho guardato di sotto come se fosse l’ultima volta. Sono mesi che vivo con questo malessere, una nausea mentale che mi assale ogni volta che guardo mia moglie, ogni volta che da un argomento non trovo opinioni, ogni volta che esco di casa… Mi sento così male, a volte, che vorrei non essere mai nato, che sarebbe molto meglio che uccidersi adesso. Mi sorprendo ad essere attonito e indifferente alla vita, come dire, mi scivola addosso come se non mi appartenesse, sento estraneo il corpo quanto la mente e non ne soffro; mi infastidisce, più che altro. Non sopporto nessuno, neanche te sopporto, mi dai fastidio solo perché esisti… Comunque oggi bene, grazie.

Scendo. Solchi di sudore consapevolmente acido mi scorrono lungo la spina dorsale, un velo opaco sugli occhi. E’ tutto normale, ripeto. Un’onda di isterismo mi attraversa la giugulare come il liquido di contrasto in una scintigrafia, caldo, breve e interminabile. Pochi passi e arrivo al mio ufficio, gli altri passano scorrendo ai margini come tronchi alla deriva su un fiume infetto, guai a toccarne uno.

Siedo e respiro cauto: vorrei essere trasparente. Dopo un attimo passa il capo, poggia distrattamente sulla scrivania una cartella di pratiche inevase e prosegue, poi ci ripensa e torna indietro. Mi guarda dubbioso. La vedo diverso, stamane. Ha un’aria stravolta, mi sembra preoccupato. Se ne vuole parlare l’aspetto più tardi nel mio ufficio… Sembra sincero e questo mi rincuora, ma glisso. Ho dormito male stanotte, ho mangiato troppooo… eee… sa com’è… Come un perfetto idiota, evviva, ottima figura. Il capo mi guarda strano, è lui ora a preoccuparsi. Come vuole, se ci ripensa sono di là. Si allontana mentre il sangue ritorna a fluire nelle vene.

Vado in bagno, mi sciaquo il viso e mentre lo faccio mi guardo allo specchio e penso: un altro piccolo giramento di testa e magari torna tutto a posto, cado nello specchio e via, qui o a casa non fa differenza. Ma la testa non gira, la finestra e la porta sono sempre al loro posto.

Mi stanno prendendo per il culo. Sicuro. Si sono messi d’accordo, non so perché, forse è una qualche ricorrenza che non ricordo. Oppure devo essermi semplicemente svegliato male, chissà cos’ho fatto ieri sera che mi ha stravolto, devo solo aspettare che mi passi. Quanto ci metterà a passare?

Suona il cellulare.

Pronto, ciao piccola…

– Cos’hai, ti sento una voce…

– Ma non lo so, è da stamattina che mi sento strano, deve avermi fatto male qualcosa, ho dei giramenti di testa, cose così…

– Prendi qualcosa e rimettiti a letto…

– Ma se sono già al lavoro, cazzo, come faccio?

– Eh, vabbè, non ti scaldare, sei sempre il solito stronzo…

– Come “stronzo”, che dici?

– Ma sì, sei sempre lì a piangerti addosso, sempre preoccupato per la piegolina della camicina, e come cade il pantalone, e il ciuffo sulla fronte, e cosa penseranno di me, e come ti sembro, ma dai, prendi una pausa ogni tanto…

– Ma… piccola… non mi hai mai parlato così… Se ti sei rotta di me dillo e fai prima piuttosto che offendere!

– Essù, come sei pesante! Cos’è, sei diventato permaloso? Senti piuttosto, ti ho chiamato per dirti che stasera non ci vediamo, esco con un amico e sicuramente rientro tardi, d’accordo?

– Come “un amico”, chi sarebbe ‘st’amico, dov’è che vai!

– …

– Oh, mi hai sentito cos’ho detto?

– Senti, facciamo così; mi hai stancato, non ti sopporto più. Ci ho provato ma non ci riesco, sei così… banale, così ovvio. Sembra quasi che tu abbia paura di vivere. Ho pensato tante volte che forse eri stressato, il lavoro e queste cose qui, ma vedo che non è così. Sei strano e mi metti a disagio. Persino quando facciamo l’amore riesci ad essere deludente e scontato, non mi dai, anzi, non mi hai mai dato nessuna soddisfazione. Penso che sei una persona meschina, che hai bisogno di aiuto. Penso che hai parecchi problemi e pochi strumenti per risolverli. Penso che è tardi e non ho tempo da perdere. Ciao.

Ma guarda guarda che stronza, e io lì a farmi il mazzo per apparirle simpatico, a proporle il lato migliore di me, a mandar giù la voglia di scappare ogni volta che vederla era come mangiare semolino, coi suoi occhi troppo piccoli e i suoi fianchi troppo larghi, brutta troia ma come si permette, “sei strano, mi metti a disagio” ma guarda il tempo che si perde dietro le persone, vaffanculo, meglio perderla che trovarla una così.

Ma perché poi essere così brutale, così… così… sincera? E’ stata sincera? E’ questo che mi ha colpito e che mi ha ferito in realtà. Il fatto di aver avuto la netta sensazione che fosse sincera. E’ sempre stata una persona così formale, così attenta ad apparire nella forma e nella sostanza come una donna equilibrata, gentile, dolce, premurosa. Cos’era, in realtà? Ma poi di quale realtà sto parlando? Qual’è la mia realtà? Da stamattina mi sembra tutto fuori posto che sto finendo per avere la sensazione che sono io ad essere fuori posto.

Il realtà la finestra e la porta erano davvero dove pensavo che fossero, o la memoria mi sta giocando un brutto scherzo?

Ehi, dove sta andando? Sono solo le 9 e 30, si fermi! Dove Corre?

La voce del capo mi rincorre lungo il corridoio (che fesso!), le luci al neon generano ipnotici e fastidiosi prodromi visivi.

Corro a casa, cazzo, ecco dove corro. Mi metto davanti allo specchio e comincio a dare testate finché non torna tutto a posto, voglio vedere se si sposta di nuovo la finestra porca troia.

Comincio a correre come se cercassi di distanziare i miei pensieri, non guardo avanti ma evito con perizia qualsiasi ombra mi si para davanti, sto attento persino agli oggetti che incontro sulla mia strada per paura che si ribellino alla loro naturale destinazione per rivelarsi a mio esclusivo beneficio altro da quello che sembrano. La gente soprattutto mi spaventa: non finge più, parla sul serio, qualsiasi cosa essa dica. Dov’è la consueta e rassicurante ipocrisia, la protettiva falsità che accompagna le relazioni? Dove sono i dialoghi convenzionali, le battute superficiali, i luoghi comuni, i panegirici scontati?

Arrivo all’uscita dell’ufficio e mi trovo di fronte Carozzi. E’ grosso come un armadio, quasi calvo, con i rotoli di ciccia muscolosa che si arrampicano dietro la nuca come cera rappresa su una candela. Dà l’idea di un gigante muto e alienato, uno di quelli che guardandoli negli occhi la prima cosa che pensi è che gli si sono scaricate le pile.

Togliti dal cazzo, Carozzi, vado di fretta.

Ero così convinto che si sarebbe spostato che non ho neanche rallentato la corsa e mi stupisco del rimbalzo contro la sua pancia; arretro due passi e lo guardo negli occhi porcini.

Oh, Carozzi, hai sentito? Ti sposti da solo o ti serve l’accompagno? Vuoi che chiami l’infermiera?

Sorride stirando le labbra ma ho la sensazione che non si diverta poi tanto. Pare di più la faccia di uno che sta pregustando quello che succederà. Ho fretta di andare a casa e non voglio perdere altro tempo, così provo ad infilarmi in uno spiraglio tra lui e il portone. Il porco si muove quel tanto che basta a schiacciarmi contro lo stipite impedendomi di uscire e, a questo punto, anche di rientrare. Mi afferra un orecchio e continua a sorridere. Per un attimo mi sorprende quanto siano calde le sue mani, l’orecchio brucia e poi comincia a dolere mentre Carozzi stringe e gira nel contempo la mano. La cartilagine cede con facilità e sento l’orecchio compiere un innaturale rotazione mentre mi sembra che la faccia si stia allungando.

Mi sei sempre stato sul cazzo – mi dice mentre mi solleva verso la faccia – dal giorno che ho dovuto rimettere a posto il magazzino per colpa tua. Quella sera avevo da fare e per causa tua sono dovuto rimanere fino alle nove, brutto bastardone. Ogni volta che passi in magazzino mi sento male dalla rabbia e penso “questo prima o poi lo ribecco” e guarda un po’, adesso eccoti qui.

Tutto questo mentre continua a sorridere come un lobotomizzato e soprattutto mentre continua a girare e tirare l’orecchio (ma tanto non lo sento quasi più, è anestetizzato!).

Cazzo Carozzi molla l’orecchio Carozzi procatroia – AIUTO! – Carozzi molla te la faccio pagare – AIUTO!! – Ma dove cazzo state tutti quanti Carozzi molla MOLLAMI Carozziiiii!

Davanti allo specchio c’è un altro me stesso, per la precisione c’è quello che è caduto nello specchio. La testa effettivamente mi è girata, ho sentito un’altra spirale e op-là! sono finito con il culo per terra, ma, in tutta sincerità, non credo di essere tornato da dove ero partito. Il giro me l’ha fatto fare Carozzi. L’orecchio ferito è sempre lo stesso e se fossi un po’ più autoironico mi verrebbe da ridere nel vedere quel carciofetto masticato che mi ritrovo: un grumo rappreso di cartilagine e sangue, ormai penso che nemmeno la chirurgia plastica mi può salvare. Ho tutto il lato della faccia rosso e tumefatto, i capillari sono saltati sotto la pressione della torsione. Ho pensato: oddio gli rimane in mano, lo terrà con sé e lo farà vedere agli amici per farsi due risate (che fesso).

Adesso sono qui, davanti allo specchio da cui sono partito e mi guardo; apro l’acqua e aspetto che si freddi un po’. Comincio a lavarmi la faccia, piano, mi guardo attraverso le cascatelle d’acqua sugli occhi, brucio e ho piacere di passarmi il liquido fresco e corroborante sul viso. Abbasso la faccia, la rialzo e mi guardo, la abbasso, la alzo, mi guardo, abbasso, alzo, guardo, abbasso-alzo-guardo.

Faccio uno sforzo per ricordare: quante ne avrò da pagare, ancora, se resto qui?

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