Onka shankar

Tra i silenzi fatti di assoluta mancanza di concetti.
Tra l’eco gommoso delle parole non dette.
Le ripeto spesso.

Ottusamente, voluttuosamente, come fossero parole mie.

Onka shankar.
Onka shankar.

Come un mantra mistico, un’involuzione di spire verbali programmate.
Sono le mie parole. Scelte da me, create da me.

Tra mura crepate da solidi silenzi, mentre tento di sentire un mondo al quale so di non appartenere più. Rubando raggi di luna da sbarre troppo strette e troppo alte per immaginare che ci sia altro al di fuori di questa cella.

Filip Solaxa era un albanese nudo e crudo come la sua terra. Avesse avuto vent’anni di meno nell’anima, probabilmente sarebbe ancora libero.

Attraversando il confine aveva incrociato il suo destino, facendo finta di non vederlo. Fino a quel momento non si era voluto porre la domanda essenziale.

Mentre tutti i suoi connazionali – uomini, donne o bambini che fossero – erano stati obbligati a sborsare tutti i loro risparmi per passare il confine, a lui non era stato chiesto niente.

Grigor, l’uomo che l’aveva accolto sul rimorchio del camion carico di casse e clandestini, gli aveva chiesto solamente se Filip fosse lui. Quando aveva risposto di sì, l’uomo aveva annuito, guardandolo. A Filip era parso di leggere nei suoi occhi un che di soddisfatta constatazione, poi si era accucciato sul fondo del rimorchio.

Giunti nei pressi del confine, Grigor lo aveva chiamato approfittando di una sosta.
“E’ il momento di pagare il conto, Filip”.
“Mi hanno detto che…”
“Cosa? Cosa ti hanno detto?”.

Filip aveva compreso che c’era poco da discutere.

Grigor gli aveva dato uno zaino: “Questo è tuo, intesi?”

Filip aveva annuito in silenzio.

Qualche ora dopo, nel mezzo della notte, aveva sentito il camion arrestarsi bruscamente, e la prima cosa che aveva immaginato era che forse un animale aveva attraversato la strada. Aveva sentito la corsa disperata di Grigor e un colpo di pistola, poi le torce degli agenti avevano squarciato il buio del rimorchio. Li avevano fatti scendere ad uno ad uno, e quando era toccato a lui, l’unico con un bagaglio, gli avevano battuto una mano sulla spalla come se fosse un vecchio amico.

Due chili di eroina purissima. Turca, avevano detto.

La prima volta che era entrato in cella, dopo l’interrogatorio, mi aveva guardato come per chiedermi scusa, poi era andato a vomitare.

Il Consolato albanese aveva ratificato che Filip Solaxa non esisteva, quindi non poteva essere un criminale internazionale. Il giorno in cui l’avvocato d’ufficio gli comunicò che i prossimi quindici anni li avrebbe passati in galera, Filip aveva scrollato le spalle ed era tornato ad essere trasparente.

Quando guardo il muro e rivedo l’ombra del suo corpo appeso alle sbarre ripartono quelle parole nella mia mente.

Onka shankar.
Onka shankar.

Onka shankar ricuce lacerazioni profonde.
Parole inutili per dimenticare, somma di lettere innocue per definire un confine.

Un assillo verbale che scaccia tutti gli altri.

Onka shankar mentre carezzo la mia pelle immaginando un contatto, Onka shankar mentre mi guardo allo specchio cercando di evitarmi, Onka shankar quando nei testicoli vibra un anelito di sangue, Onka shankar per le carezze che non ho mai avuto. Per gli schiaffi di mio padre, per il sapore della cioccolata, per il vento in faccia. Per ogni giorno che passa, per ogni ora, per ogni volta che m’immagino fuori.

Nessun Grigor, per me, purtroppo. Nessuno cui accollare la colpa.

Il mio destino è stato svezzato e cullato assieme alla mia carne e al mio sangue, alimentato da parole e sentimenti inespressi, mentre il mondo viaggiava a velocità assurde lasciandomi indietro. Quando mai avrei potuto immaginare che un giorno si sarebbe chiuso un sipario sul mondo, clic, e tutto il resto sparisce e resti solo tra quattro mura e le urla nella testa.

Ci vogliono anni a farsi l’idea che quel sipario si è chiuso per sempre. Anni passati a ripetersi che finirà, che è impossibile che duri anche solo un’ora di più.

Finché un giorno ti svegli e scopri che ci sono due parole che ti tengono compagnia.

Onka shankar è l’uccello sul quale volo, è la voce dell’aria, è il rumore della nube prima di piovere, è lo scricchiolio della ghiaia sotto i miei passi, il mormorio dell’acqua nelle fogne, è il verso dei grilli in campagna.

Onka shankar è la parola che scaglio tra le sbarre nei momenti di rabbia, la nenia che mi addormenta di notte quando i fantasmi si fanno solidi e le loro mani tentano di afferarmi alla gola, è lo scudo che difende la mia infantile innocenza.

Onka shankar mia madre e l’affettuoso abbraccio di acqua di rose e talco.
Onka shankar nel tenere il braccio all’amico perso e perduto.
Onka shankar il sesso di lei sulla mia bocca.
Onka shankar per inventare l’ora che manca al domani.

La persona sbagliata nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
La persona ero io.
Il posto era l’estraneo abbraccio di una piazza sconosciuta.

Il momento era quello in cui mentre puntavo l’arma e sparavo una luce azzurra mi feriva gli occhi e un pugno caldo di sangue e metallo trafiggeva l’attimo della sconfitta. Il lampo di una folgore improvvisa, un inaspettato angelo vendicatore con la sua spada di fuoco e rabbia mi inchiodava a terra col respiro fesso di chi sta per crepare.

Il gorgoglìo del sangue nei polmoni formulava per la prima volta due parole sconosciute che sapevano di umida e grata resa.

Poi il febbrile e asettico tramestio attorno al mio corpo, indifferenti missionari anelanti di restituirmi alla vita, zelanti indifferenti e ignari di operare affinché il mio corpo venisse adeguatamente punito a riscatto della colpa.

Nessun Grigor per me, purtroppo, ma cento mille diecimila Grigor pronti a colpire mentre credi di poterti salvare, cento mani tese che nascondono un pugnale, mille sorrisi di bestia, diecimila cuori marziani che non sanno amare.

“Credi d’aver scoperto che il mondo è cattivo, ragazzo – mi diceva il vecchio -, ma non hai capito che al mondo invece non gliene frega un cazzo di te. Tu ricordi le tue ragioni, per gli altri ci sono solo le tue colpe. E quando finisci qui dentro è come se sparissi. Semplicemente, non esisti più, tu e le tue colpe”.

Chiedevo ragione di tanto cinismo a quel vecchio saccente e sdentato, incapace di arrendermi all’evidenza. Lui rispondeva dall’alto dei suoi cinque ergastoli, schiacciandomi con sistematici ragionamenti.

Poi rideva sommessamente, con un sibilo asfittico, così mi convincevo d’aver davanti un pazzo, uno che dopo aver ridotto altri a corpi vuoti e inutili stava qui a pontificare ragioni da profeta.

“Per ognuno di noi dentro ce n’è cento fuori, capisci? Tu sbagli una volta per consentire a loro di sbagliare cento volte. Tu sbagli una volta e paghi per sempre ma loro continuano a farlo per tutta la vita. L’orrore è chiuso qui dentro con noi, e quindi fuori non ce n’è. Ogni volta che qualcuno di noi finisce qui dentro porta con sé un pezzetto di orrore e lo toglie dal mondo fuori. Questo credono. Questo amano credere, ragazzo. Il carcere è il passaporto per la loro innocenza”.

Accartoccio le mie necessità improvvisando un senso al mio malessere, strappo le pagine dei miei sogni proibiti dove i confini non esistono; Onka shankar mi accompagna sedando i dubbi nascosti, così che possa arrivare a un altro giorno.

Sistematicamente ottusamente graffio il muro con lo sguardo nel tentativo di forare il cemento e aprire un varco usando la mia mente come un trapano il muro non cede il grigio non scompare finché non mi stordisco con le mie parole.

Se la rabbia confluisse nella mia voce urlerei vibrando e spaccherei le molecole di questa cella renderei sabbia fine queste sbarre e uscirei senza neanche voltarmi, se potessi frantumare il mio corpo renderlo liquido sommandomi all’aria filtrerei altrove tracimando cellule di dolore e nostalgia al di là di questi pochi centimetri che mi separano dalla vita.

Se fossi altro da quello che sono sarei altrove e non ricorderei nulla di quanto sta accadendo, mi troverei fuori di qui e proverei fastidio nel guardare il sole che ora mi manca, fastidio per un colpo di vento e avrei la sensazione di sentire qualcuno che grida dal fondo di un pozzo due parole che non riconosco, mi sforzo ma non le riconosco, le scaccio ma mi entrano sotto la pelle finché in un momento e in un luogo sbagliato mi vengono in mente chiare come la prima volta e affiorano alle labbra come il gemito lontano di un qualcosa che ho perso per sempre.

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