M A R C I A M O R E

Il primo colpo non lo sento arrivare e barcollo. Il secondo colpo apre uno squarcio sul labbro e poi sento solo il sapore del sangue. Cerco di seguire la sua ombra per capire dove arriverà il prossimo colpo, lo sento muoversi e urlare, ma non riesco a mettere a fuoco nulla, sento solo un fischio nella testa e vedo colori sfocati, ombre confuse, poi un boato il buio e tutto tace.

Dà fastidio questo tubo nella gola e questi tubicini nel naso, le braccia mi dolgono e non riesco a muovere la testa senza sentire delle fitte di dolore che mi tolgono il fiato.

Ma c’è mai stato un momento di pace, prima che tutto questo accadesse? C’è mai stato un cielo azzurro prima che tutto precipitasse in un baratro nero senza speranza.

Giorni in cui correvamo mano nella mano e sorridevamo felici senza preoccuparci di nulla?

Poi ho iniziato a vedere sempre più spesso il tuo dito puntato verso di me, sempre più vicino, finché un giorno anche quel dito si è chiuso nel primo pugno che mi ha colpito. E mi sembrava impossibile che fosse accaduto proprio a noi.

E’ colpa mia, avrei dovuto capirlo le prime volte che iniziai a sentire odore di alcool nel suo alito, ma – pensai – una birra con gli amici ogni tanto, che male fa. Oppure quando nei rari momenti di intimità, la sua intemperanza mi faceva male, i suoi ritmi sempre più ossessivi, ma credetti che fosse una nuova ondata di desiderio.

E poi i ritardi ingiustificati, la rabbia esagerata per una camicia da lavare o per una cena troppo saporita, i lunghi silenzi alternati a sguardi di tensione e rabbia.

Così quel dito si fece sempre più vicino e arrivò il primo colpo, dopo l’ennesima discussione in cui mi avevi urlato in faccia che ero un’incapace una cretina una deficiente e non meritavo nulla, figuriamoci un figlio, mi togliessi quell’idea dalla testa, piuttosto te lo saresti tagliato.

Poi non potei fare a meno di scusarmi, non dopo aver notato quel prolungato ritardo. Lo pregai di perdonarmi, avrei fatto tutto ciò che voleva, che non mi lasciasse sola, non ora.

Due righe rosa su uno stick di plastica, un dolore al basso ventre e il terrore quotidiano di ricevere il colpo fatale.

Le sue urla sempre più forti – Brutta troia, l’hai fatto apposta, volevi incastrarmi, ma io vi ammazzo maledetta, tu questo figlio non lo avrai mai – fino a stamattina, fino all’ultimo colpo che finalmente è arrivato, come una liberazione da tutte le paure, da tutti i sogni irrealizzabili, dal suo amore marcio, dalla sua presenza malefica che mi aveva drogato di aspettative e speranze malate.

Un rumore ritmico, come un respiro affannato, come un soffio lontano, come qualcosa che si avvicina, un rumore buono, senza dolore, senza fastidio.

Signora, mi sente, sa dirmi da quanto tempo è incinta – dottore cos’è questo rumore – è il cuore di suo figlio signora, stiamo facendo un’ecografia per controllare che il bambino non abbia subito danni, durante le percosse.

Mio figlio dottore, ha detto mio figlio, figlio mio ti giuro che farò in modo che tu conosca l’amore sano e puro, senza compromessi e senza affanni, affinché mai il tuo amore rischi di marcire nel tuo cuore, fino a diventare odio.

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