LU RAGNO

– Dotto’, abbi pazienza, io nun zò pratico: si me parli difficile io non te capiscio! Me spieghi mejo! Tutte ‘ste domande me stanno a fa’ ‘mbroja!

Giova’, sta’ calmo! Cerca di capire bene quello che ti dico, non è difficile: io ti faccio delle domande e tu mi dai delle risposte, d’accordo? Allora, vediamo un po’… Quanti anni hai?

– 23 dotto’…

23 anni… Hai fatto il militare?

Sì dotto’! Ho finito quattro mesi fa, madonna me lo ricordo comme fosse oggi! Nun ce la facevo più, sarebbe scappato dieci mesi fa, dotto’!

– Vabbe’, Giova’, sta’ calmo… Senti qua: in famiglia tenete qualche malattia particolare? Tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli?

– C’è papà che tiene quello dei dolci, dotto’, che non puote mangia’ i dolci! E mamma la pressione.

La pressione come, Giova’? Alta? Bassa?

Ee dotto’, nun lo so, se piglia le pasticche!

Mmm… E tu che malattie hai avuto da bambino? Il morbillo, la scarlattina, queste qua, l’hai fatte?

E non lo so, dotto’, quelle sempre a mia madre bisogna chiedere, io mi ricordo solo quella che stai sempre al bagno, come se chiama… ‘Nzomma “o’ cacarone” o chiamammo noi!

La diarrea, Giova’, hai avuto la diarrea. E perché ‘sta diarrea, che tenevi?

E’ perché m’ero mangiato nu’ rovo e more, dotto’, ma quante, song’ stato tutto nu jorno a magna’ more!

Giova’, Madonna Santa, io devo fare l’anamnesi, devo capire quali malattie importanti hai avuto! Possibile che mi parli del “cacarone”? E fammi il piacere, su, senno’ stiamo tutto il giorno qui!

Vabbe’ dotto’, nun t’encazza’, m’hai chiesto le malatie e te le sto a di’!

Senti Giova’, hai lavorato dopo che hai finito il servizio militare?

No dotto’, giusto a da’ ‘na mano a papà, ogni tanto…

E sotto il militare che facevi, in che arma stavi?

Ah, quello lo so, dotto’! Genio Civile, Corpo Scelto! Sapessi le missioni dotto’! Si nun era pe’ quello non uscivo mai dal paese. C’hanno portati avanti e dietro pe’ tutto il mondo.

Mentre Giovanni parla, il dottore continua a fissare il foglio che ha davanti.

“Presenza di mercurio, alluminio, porcellanei e zirconio nelle cellule bioptiche”, c’è scritto. Leucemia post-Balcani, in pratica. Giovanni è condannato, pensa il dottore, e ha solo ventitre anni.

Ah! E bravo! Sei stato pure in Kosovo, allora!

Come! Tre volte, dotto’, vedessi come ce volevano bene! Avrò raccolto, che te devo di’, ducento mine, mille proiettili de mortaio, quelli grossi così dotto’! Nun lo sapevo mica che quando se fa la guerra poi se raccogliono i proiettili. Vedi che è un zintomo de civiltà, de umanità! All’inizio me sentivo un po’ scemo a riccoje ‘sti proiettili, ma poi, doppo la prima volta, nun c’ho fatto più caso. Partivamo tutti ‘nzieme, era come ‘na gita, se rincontrava la gente che già se conosceva e poi er tempo passava ‘n fretta.

Quindi stavi bene lì, tutto sommato. Sei mai stato male sotto al militare, Giova’?

No dotto’, ogni tanto me sentivo debole, ma co’ quello che ce davano da magna’ è normale.

E con gli altri, stavi bene, ti sei fatto amici?

Come dotto’! Tanti me piavano ‘n giro perché dice so’ ‘gnorante, ma se scherzava dotto’, sempre col sorriso… Uno però era strano dotto’, parlava serio serio, sembrava sempre ‘ncazzato, però era quello che me pijava ‘ngiro più de tutti…

E perché Giova’, che ti diceva?

Era strano, dotto’, che te devo di’… Quando stavamo ‘n Kossovo, per esempio, daje che ‘nsisteva co’ la paura dell’insetti. Ogni tanto se ne ‘sciva co’ ‘sti discorsi strani… me diceva: «Giova’, lo vuoi capi’ o no che qui ce stanno a frega’? – ma lo diceva in italiano dotto’, so’ ‘ncazzo da do’ veniva – Noi stamo qui a raccoglie ‘st’affari e ce roviniamo la salute! Sta’ attento Giova’, sta’ attento a lu ragno! Metti la maschera, metti i guanti Giova’, nun te fa frega’». Ma nun c’erano i ragni dotto’! Quello pensava che io ero scemo, ma lo vedevo che c’erano solo proiettili!

Il dottore si alza, va alla finestra; sente la fitta di un somatismo maligno e invadente colpirlo al fegato, indurirgli la pancia. Sopporta a malapena queste sceneggiate: dopo tanti anni di carriera gli è toccato di vederne tante, eppure non si è mai abituato. Mai. Questa, poi.

Credeva di dover combattere malattie naturali, mai avrebbe creduto che un giorno si sarebbe trovato di fronte ad una realtà così sconsolante e infida, egoista e menefreghista al punto da uccidere. «La realtà uccide», pensò, e sospirò di rassegnata saggezza.

Giova’, senti a me, mo’ sai che facciamo? Ti segno questi controlli – ma tu li devi fare però! – poi, appena hai tutti i risultati, torni qui e vediamo che si può fare. Intanto ti prendi queste che ti segno, sono vitamine, ti fanno bene, ti tolgono la stanchezza che senti; poi prendi anche queste, guarda qua, ti scrivo tutto; quando i dolori alle ossa si fanno più forti, te ne prendi una bustina, una, non di più. Giova’, stammi a senti’ – gli poggia una mano sulla spalla, paterno – tu sei giovane, sei forte; fa’ quello che ti dico e non trascurarti, senno’ come faccio io a curarti? Siamo d’accordo Giova’?

Dotto’, siamo d’accordo, ma… ce posso chiede ‘na cosa?

Dimmi Giova’, ti ascolto.

E’ che certe volte proprio… Me sento così fiacco, così strano, magno ma c’ho sempre fame, ho perso 14 chili da quando so’ tornato militare, certe volte non me sento manco d’arzamme dal letto, mi’ madre e mi’ padre me dicono sempre de svejamme… Ma che c’ho, dotto’, com’è che me sento così?

Il dottore inarca la schiena, spinge con le mani sui reni, aspira l’aria con un moto di stanchezza. Cosa deve dire? Cosa-deve-dire? Si vede riflesso nello specchio della mente come se stesse parlando a se stesso, prova a comprendere se può essere credibile o meno. Deontologia e umanità fanno a pugni: qual’è il dovere primo? L’onestà verso il suo paziente, giovane e pieno di speranza, ignaro della sua malattia, che crede di prendere una medicina e tutto passerà? Che non potrà mai credere che quello che si sente è un cancro che lo corrode dall’interno e lo distrugge? Deve distruggergli le speranze, i sogni, le aspettative? O deve tacere, fingere? Magari informare la famiglia, che come lui non capirebbe mai; chiedere la consulenza e il supporto di uno psicologo che affianchi il suo paziente nella scoperta del suo male? Fingere? Mentire?

«Potrebbe essere mio figlio, porca troia», pensa, e per un attimo si immagina impegnato in una battaglia senza fine per la conquista di una piccola verità, le interviste dei quotidiani, il battage mediatico, la sollevazione popolare. Poi butta un’occhiata sulla scrivania; il giornale mostra una prima pagina violentata da caratteri di scatola. Mostruosità in corpo 10, guerre, disastri, stragi. Orrore comunque e sempre. Immagina le sue urla indignate perdersi nell’entropia, involversi in spire mute e invisibili fino a sparire del tutto.

– Giova’, ogni tanto capita che ci si senta strani… Hai fatto un anno di militare, non trovi un lavoro, sei ancora a casa coi tuoi… Sarà un po’ di stress, Giova’, non ti devi allarmare, ma non dobbiamo trascurare questi segnali, sono importanti. Fai le analisi e prendi le medicine, Giova’, poi ne sapremo di più, d’accordo? Vai Giova’, vai, non ti preoccupare e goditi la vita, che sei giovane!

– Dotto’, se lo dice lei…

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