EUTANASIA

Dio, come mi sentivo in quel momento!

Lo vedevo rotolare giù dalle scale, fotogramma per fotogramma come una ripresa al rallentatore, e più rotolava e più godevo, e più si lacerava la carne e più sentivo una sensazione di sollievo e più sentivo il suono sordo della sua testa che urtava contro le solide superfici e più gioivo… finché tutto finì.

Rimasi lì, in silenzio, a guardarlo; visto così, senza più la scintilla della parola, senza l’arroganza del suo atteggiamento tronfio e borioso, non sembrava nemmeno tanto più detestabile di chiunque altro: un burattino rotto e contorto a cui abbiano tagliato i fili all’improvviso.

Sentivo nelle orecchie il fischio sordo del sangue che pulsava, rallentando man mano che i secondi passavano, fino a sparire quando un fioco lamento prese il sopravvento.

La provvidenza aveva deciso di regalarmi un attimo ancora di paradiso.

Scesi con calma le scale, cercando di capire se qualcuno, nel palazzo, avesse sentito qualcosa; ma no, tutto taceva: nell’immenso stabile regnava il vuoto assoluto, perché di venerdi, a quell’ora, non c’era rimasto più nessuno.

Soli, io e il burattino.

Soli, il carnefice e il burattino.

Quando arrivai da lui, capii che il lamento sarebbe continuato, perché malgrado le ossa rotte, il sangue e le ferite, quell’omino inutile sarebbe sopravvissuto.

Rimasi sospeso per un attimo sulla decisione da prendere: lasciarlo lì a morire dissanguato per tutto il lungo week-end, contorcendosi tra spasmi, fame, urine ed escrementi, oppure salvarlo, rendendogli un favore non certo richiesto, ma a quel punto necessario?

Per un attimo ebbi la sensazione che, guardandomi, i suoi occhi chiedessero pietà, ma giacché sapevo che tutto avrebbero potuto esprimere tranne che umano sentimento, ne cancellai il riverbero dicendogli: «Sei caduto. Non ti sei accorto del primo gradino, e sei caduto. Hai qualcosa di rotto?».

Forse sapeva quel che sarebbe accaduto; di certo sapeva che tra tutti quelli che lo conoscevano, io ero senz’altro il meno disposto a dargli una mano, per cui un barlume di vana speranza gli illuminò gli occhi contratti dal dolore.

«Le costole…» biascicò, contorcendosi come un piccolo verme nel fango.

«Effettivamente sei proprio un verme» pensai, e prendendogli una mano per aiutarlo ad alzarsi, gli sferrai un calcio nelle costole, sperando che qualche scheggia benevola cominciasse a lacerare quel cuore di cane.

Come capita spesso in questi casi, la vittima dimentica i motivi per cui si trova lì, del perché il destino cinico e baro lo versa in uno stato di mortificazione e di annullamento totali e senza possibilità di salvezza; così negli occhi aveva quella luce quasi distratta di chi pensa «Cazzo», perché non è vero che quando ci si sente morire si ripensi alla propria vita, no: si pensa «Cazzo», oppure «Merda» e dopo un attimo si muore, soli come si è nati, e, allo stesso tempo, nudi.

Così mi piacque pensare, mentre il burattino rotolava ancora, spinto più dal peso delle sue responsabilità che non dalla forza di gravità.

Mi venne quasi voglia di riportarlo su, all’ultimo piano, e ricominciare da capo, così, per gioco, ma non lo feci. Mi sedetti invece, due gradini più su di lui, che finalmente aveva capito.

Respirava a fatica, riverso su un lato come se dormisse, con il peso del corpo che premeva sulle costole rotte, incapace di reagire e di provare alcunché, mentre la vescica si vendicava di anni di maniacale ritenzione rendendone ancora più meschina la condizione.

Il suo corpo lo stava lasciando; tutte le membra, gli organi, sembravano volerlo abbandonare al suo destino, gli gridavano «Chi sei, che vuoi, non ti conosciamo, non ti abbiamo scelto, ci hai mortificati per tutti questi anni, noi, a compiere gesti che non volevamo compiere, a dire parole che non volevamo dire; se solo avessimo potuto scegliere…».

Gli occhi sbarrati, puntati al nulla, illuminati dal terrore, riversi su una anonima tromba delle scale con nulla intorno se non odio e rancore, sembravano non riconoscere più la realtà.

La bocca, contratta in un ghigno teatrale, avrebbe voluto insultare ancora, gridare ancora nell’inutile tentativo di ribadire la ragione del suo proprietario annichilito e contorto.

Invece no, non parlò.

Tacque nell’assordante silenzio del torto, nel drammatico declino del torto che null’altro ha da aggiungere a sé stesso se non inarticolati e incomprensibili gorgoglii.

Aveva capito, sì, che a volte (e purtroppo solo a volte) il male ritorna, si ritorce e si ribella a sé stesso in una spirale fatta del dolore che altri hanno provato, e nella sua spirale tutto avvolge in un sudario di lacrime e sofferenza.

E io stavo lì, senza parlare, a realizzare quel che Confucio idealizzò: seduto sulla riva del fiume, guardavo passare il cadavere del mio nemico: seduto come sui gradini di uno stadio durante la partita, godevo del più bel gol che la mia squadra avesse mai fatto.

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