Della sua natura animale

Mentre affondo le dita nella terra l’umido della notte mi morde la schiena. La luce arriva di taglio, arancione e sfocata come si conviene ad una notte di novembre. Almeno con il clima siamo in tema. Sudo e tremo.

L’ombra dei rami rende le mie mani artigli scheletrici mentre arrancano nude nella ferita che sto aprendo. Scavo come un cane che sente l’osso. Scavo come un verme affamato. Scavo per riesumare un passato mai morto.

L’alito si condensa in ricordi appannati. Nel buco nero che si allarga compaiono figure facce nomi che non ho mai dimenticato, pure se li ho messi da parte per tanto tempo, quasi certo che un giorno li avrei potuti cancellare dalla memoria.

Credevo. Speravo.

Due volte nella vita sono stato qui.

Quel giorno, e oggi. Mille anni in mezzo, e almeno due vite, distinte e separate come entità schizofreniche incontrollabili.

Chi sei, cosa sei, cosa sarai. Cosa vorrai essere.

Quando mi ero reso conto di quello che stava accadendo avevo mollato.

Via, Raus, Basta.

Che cazzo ci faccio io qui, con la teoria di cambiare in una mano e la viscida sensazione di essere un burattino nell’altra. Quando mi sono accorto che la coerenza del cambiare si trasformava ogni giorno di più in farsi i cazzi propri.

Dov’erano gli altri? Dov’erano finiti? Quelli che erano piazza, movimento, sommossa, massa, entità. Quelli che è per loro che combatto. Che è per loro che ogni giorno rischio la vita. Dov’erano?

Meglio pensare ai cazzi miei. Sono un privilegiato, in fondo. Posso fare qualcosa che altri non possono fare. Posso andare a prendermi quello che mi serve dove c’è, senza problemi. Perché dovrei vivere come un pezzente, con l’angoscia di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, strangolato da affitto bollette fatture mutui prestiti, mentre mi vedo passare sotto al naso centinaia di milioni per la causa. La causa. Decine di milioni in materiale strategico, tecnologia, armi, appartamenti, indagini, viaggi. Per la causa. Girando con una pistola sempre carica dietro la schiena, la sicura a portata di mano, i numeri limati via a ricordarmi l’anonima essenza di quello che ero, con in tasca documenti con nomi sconosciuti e la mia faccia distorta da barbe e occhiali finti.

Per la causa.

Per quelli che non c’erano più, che si erano comprati casa con i soldi di mamma e papà, che si erano rifatti il guardaroba, che crescendo avevano capito che con l’età si cambia, che in fondo la nostra è pur sempre una democrazia, che davano il voto per un posto di lavoro. Per quelli che camminando per strada li sentivi dire che facevano bene a sparargli in bocca ed erano gli stessi che ti mandavano in galera il giorno dopo. Per tutta la vita. Per tutta la vita.

Autofinanziamento o rapina, che differenza fa? Una sottigliezza sintattica, una questione di punti di vista, una prospettiva che si stringe fino a sparire del tutto di fronte all’ossessione quotidiana.

La mattina uscii per risolvere i miei problemi.

Solo la pistola, niente documenti. Quel giorno lavoravo in proprio.

La notte seppellii la pistola senza aver risolto un cazzo.

Perché un conto è essere incazzato, un conto è guardarsi allo specchio. Tutti i giorni. Per ogni giorno della vita. Facendo i conti con la propria coscienza.

Via, Raus, Basta.

Il compagno molla, il compagno è stanco, il compagno ha paura, il compagno si è imborghesito.

Fate come vi pare. Dite quello che vi pare.

Non ero un delinquente. Non lo sarei mai stato.

Avevo scavato questo buco con la rabbia di strappare qualcosa a questa terra di merda, che almeno mi restasse sotto le dita qualcosa di concreto.

L’albero c’era già. La nebbia no.

Quando sento duro sotto le dita mi fermo. Lascio che il freddo si posi sulle braccia sudate e si insinui tra i capelli. Trattengo il fiato per farmi cosciente dei suoni che non giungono perché non ci sono suoni nella mia coscienza.

Comincio a far spazio attorno all’involucro, spostando lentamente la terra grassa di lato, solcandola con le dita come sulla spiaggia, da bambino, quando rasavo le pareti del castello.

Arrivo a metà e qualcosa si smuove, l’impiccio del sepolcro naturale cede e l’involucro s’inclina. Afferro la plastica nera che lo ricopre e tiro.

E’ pesante come un corpo morto. Come il mio cuore ora.

La terra lo rilascia e il peso si allevia.

Apro l’involto e guardo il vaso trasparente. La luce arancione l’attraversa, rimbalza sull’onda untuosa dell’olio in cui galleggiano pezzi sparsi di metallo come corpi di anofele congelate nell’ambra. La risacca del movimento avvicina e allontana i pezzi. Viti, molle, percussore, culatta, guanciole. Galleggiano indifferenti.

Così non fanno paura. E’ quando sono insieme che spaventano. Quando riunisci i pezzi che compongono il puzzle letale, quando senti il peso sulla mano e pensi a quanto è semplice tirare un grilletto. Allora sì che fanno paura. Che sia tu a tenerla in mano o che te la veda puntata contro.

“In ginocchio, stronzo!”.

Così aveva detto.

“In ginocchio, stronzo!”.

M’ero inginocchiato incredulo. La canna della pistola mi era entrata in bocca con una facilità allarmante, unico ostacolo il tremore dei miei denti.

“Adesso ti sparo in bocca, hai capito stronzo? Ti sparo in bocca!”.

“Calmati, Giovà” gli aveva detto il collega. Calmati, come se si trattasse di uno scatto d’insofferenza, di una bega irrilevante.

Forse aveva più paura lui di me. Per un attimo avevo visto la sua faccia stravolta dai turni di guardia, i suoi abiti borghesi a camuffare la sua vera funzione. Vestito come un coatto, di quelli che non ce ne sono più, ma con la pistola d’ordinanza in mano che lo tradiva.

E quella pistola era nella mia bocca, in mano ad un agente in borghese dell’antiterrorismo stressato incazzato umiliato dalla storia che gli ricordava quanto non valesse un cazzo, con il segretario del partito di maggioranza in mano ai cattivi.

Mi pisciai sotto dalla paura. Piangevo. Non riuscivo a pensare. Non riuscivo a tenermi dritto sulle ginocchia, oscillavo in mezzo a quella piazza illuminata dal buio dell’indifferenza, dal tanto peggio tanto meglio, dallo sparategli in bocca e metteteli in galera quei terroristi. Avevo 17 anni e l’ultimo briciolo di ingenua adolescenza se ne andò per sempre quella notte.

Voleva solo divertirsi. Distrarsi.

Quando vide come ero ridotto fece una smorfia a metà tra il pietoso e il rabbioso.

“…’fanculo” disse, e sparirono. Il divertimento era finito.

Mi fece paura, ma non ancora abbastanza. Non abbastanza da rifiutare del tutto e definitivamente quell’idea.

Anni dopo, quando i segretari del partito di maggioranza non correvano più pericoli perché il livello dello scontro era cambiato, anni dopo quegli anni che avevano visto finire in galera la gioventù sovversiva, dopo che qualcuno disse i cattivi non ci sono più, li abbiamo presi tutti, state tranquilli, dopo quegli anni di silenzio ovattato in cui la violenta pressione del sistema aveva finalmente zombizzato intere generazioni, mi ritrovai dall’altra parte.

Divenni la mano che teneva il peso di una nuova responsabilità.

Era come vestirsi da templari e andare in giro col vessillo della propria appartenenza.

Dove tutti si erano fermati, noi iniziavamo.

Una nuova élite.

Credete non ci sia più nessuno?

Bene.

Il baubau è tornato.

“Mettiti in ginocchio. Le mani dietro la schiena”

“Oddio non mi sparare”

“Fai come ti ho detto e non succede niente. Se fai lo stronzo ti sparo in testa”

“Oddio mi piscio sotto”

“Stai calmo e non succede niente. Metti le mani dietro. Bravo”

“Oddio sono solo un operaio”

Lo legavo mani e piedi, stretto, che non si liberasse presto.

In mano una 38. Grossa pesante e dura.

E se mi parte un colpo?

“Aspetta dieci minuti dopo che siamo andati via. Ti dico io quando”

E se mi parte un colpo ora?

“Non ce l’abbiamo con te, capito? Aspetta dieci minuti e chiama aiuto”

E se mi parte un colpo?

“Non devi temere niente. Quando ti interrogano dì tutto quello che sai. Nessuna vendetta. Dì quello che sai e torna a casa”

Oddio e se mi parte un colpo?

“Oddio, c’ho paura”

“Domani potrai raccontarlo ai tuoi nipoti”.

Appena finito di legarlo posai la 38 come se bruciasse.

Non è partito. Non è partito nessun colpo.

Aveva paura come me.

Io sapevo che non gli avrei mai fatto del male. Lui no.

Non era giusto che fosse lui ad avere paura.

Erano altri a doverne avere. Altri al sicuro delle loro berline corazzate. Altri che viaggiavano anni luce dal terreno su cui ci muovevamo. Altri come alieni invasori su un pianeta di scimmie. Altri per i quali eravamo solo un fastidioso sciame di insetti da scacciare con la noncuranza di un gigante che si libera di un moscerino.

Fu proprio così.

Perdemmo della sconfitta peggiore.

Perdemmo per abbandono del campo di battaglia.

Perdemmo perché eravamo soli e la nostra solitudine era prevista e compresa nel prezzo.

Altri anni passarono dopo la sepoltura.

Anni in cui ci si stupiva del fatto che il peggio non è mai morto.

Vedevo stragi ma avevo la coscienza a posto.

Vedevo morire il pianeta ma la coscienza a posto.

Vedevo presidenti operai sorridenti e girotondi spensierati confinati in giardini di plastica ma la coscienza a posto.

Vedevo folle di zombie mai nati profferire retoriche altisonanti.

Vedevo guerre economiche calpestare innocenti.

Vedevo ragazzi di vent’anni morire sparati.

Vedevo dolore dolore dolore. Sempre solo dolore.

Ed era il dolore dei miei figli. Dei miei fratelli.

Non era servito a un cazzo far finta di niente.

La ferita si era riaperta con inaudita violenza.

La causa urlava di nuovo un urlo sordo di dolore muto.

Le immagini penetravano oltre lo schermo ed esplodevano nella mia testa con rumore di vetri infranti e odore di sangue.

La coscienza ricominciava a far rumore.

Era il ruggito del mondo che agonizzava nel pianto dei bambini martoriati, delle madri straziate, dei padri torturati.

Era la luce della sconfitta negli occhi dei vecchi seduti sulle macerie delle loro case distrutte.

Ho perso quello che non ho mai avuto: ho perso il senso delle cose.

Quando le cose non hanno più senso, non hai più nulla da perdere, qualsiasi cosa tu abbia mai avuto.

Freddo fuori e dentro di me. Alito condensato di parole mai dette. Rancori e rimpianti impastati come grumi di solida collera smerigliata dall’insulto di una continua ingiustizia.

Questa luce arancione che mi ossessiona come una percussione continua nelle viscere.

Andare. Andare ancora una volta.

Asciugare con cura quest’olio materno che ha protetto la mia protesi vendicatrice. Annusare l’odore del metallo. Sgranare il rosario dei proiettili con liturgica calma. Soppesarne la gravità sul palmo della mano unta.

Adesso fa di nuovo paura.

Lo senti?

Non ha più la faccia ingenua del marchio di fabbrica.

Non ha più il passo lento delle clark da due soldi.

Non ha più l’eskimo dismesso su barbe incolte e pipe di radica.

Ha la corsa veloce e leggera dell’anima dannata da una colpa eterna, ha il respiro sospeso di chi sta per colpire, ha l’ombra solida nella quale si affoga senza rantoli, ha l’artiglio freddo del metallo che penetra nella carne perché risponde al peso della sua insopprimibile natura animale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: