Corri, Sahid, corri

Fa male, mister, certo che fa male.

Credevi che non fosse così? O forse preferivi che non fosse così.

Quasi mi dispiace vederti con quella faccia di circostanza, quell’espressione di chi vorrebbe saper dire qualcosa ma intuisce che è meglio stia zitto.

D’altronde ce n’è pure troppo di rumore, qui. Le urla. Giorno e notte. Urla dalla notte dei tempi.

Io ci sono abituato, sai? Tu no, probabilmente.

Leggo il disgusto nei tuoi occhi. Il fastidio che provi vedendo le mosche che si posano sulle mie ferite. Grosse grasse mosche che ronzano, non le stacchi neanche col machete.

Sai perché sono così grosse, qui, le mosche?

Perché sono le uniche a trovare il cibo.

L’unico cibo che c’è qui: carne di carogna.

Carogne di animali, carogne di uomini e donne e bambini; se ti affacci qui dietro puoi trovare le casse dove buttano gli arti recisi: basta seguire l’odore.

Noi ci siamo cresciuti con questo odore, mister. Per noi è normale, non lo sentiamo quasi più. Ma per te deve essere insopportabile, vero? Quell’odore dolciastro e pungente che colpisce direttamente allo stomaco. Il tuo stomachino delicato. Dopo la colazione in albergo dev’essere un bel fastidio.

Beh, mi spiace. Vorremmo tutti essere più… accoglienti, ecco.

Vorremmo che la nostra terra tornasse la nostra terra, capisci? Saremmo fieri di indossare le nostre vesti sgargianti, preparare il pane sulla pietra e la carne nella creta, stendere i nostri comodi e caldi tappeti ai tuoi piedi e renderti omaggio come meriti, mister.

Mio padre accenderebbe la sua lunga pipa e te la passerebbe in silenzio, sorridendoti umile e fiero come si conviene ad un grande cacciatore.

Non avresti bisogno d’altro per comprendere il nostro popolo.

Appena fuori della nostra capanna di fango udresti correre e scalpitare e strillare di gioia i bambini, tanti bambini, tanti quanti non ne hai mai visti, mister, tanti che le statistiche del tuo mondo crollerebbero, tanti che forse dovremmo vergognarci e invece no, non ci vergogneremmo affatto.

Perché quei bambini sarebbero l’unica risorsa di un popolo come il mio.

Perché quei bambini sono l’unica risorsa del mio popolo.

Gli scandalizzati benpensanti dai quali discendi si sono mai chiesti perché qui si facciano tanti figli?

Credono che sia un fatto di ignoranza, vero? Si preoccupano dell’incremento delle nascite, dell’aumento della popolazione mondiale, della crescita della fame nel mondo.

Qui i bambini sono tanti perché un uomo e una donna sanno che forse solo la metà di loro, se saranno fortunati, diventerà adulto, mister.

Sanno che un giorno arriveranno gli altri e li uccideranno, e quelli che non saranno uccisi diverranno soldati, e quando saranno soldati – piccoli, spietati soldati – li useranno nei loro giochi e loro – i bambini – crederanno davvero che sia un gioco.

Gli diranno come hanno detto a me.

Corri, Sahid, corri, indicando una strada di fango in mezzo a case di fango.

E come me correranno, mister, forse con un sorriso come il mio sul viso, forse anche loro con il vento in faccia e la terra che gli entra nel naso, forse anche loro distratti da un sole sempre uguale da secoli.

E forse anche loro, mister, anche loro come me, prima o poi…

A volte ancora corro, sai, mister.

Quando le mosche non danno troppo fastidio; quando è notte, e finalmente le tue strane pozioni mi entrano nel sangue e mi calmano, prima d’addormentarmi, ecco, prima d’addormentarmi o forse subito dopo, le mie gambe ricominciano a muoversi da sole.

Le sento ancora, capisci?

Le sento qui, attaccate al mio corpo, e ogni passo che faccio mi sposta un po’, e più aumento l’andatura e più il vento mi dà sollievo e respiro, respiro di nuovo un’aria pura e non questa puzza di carogna, e rido nel sonno e sento mio padre, mio padre fiero e orgoglioso che grida corri, Sahid, corri!, ma non ci sono mine sotto i miei piedi e corro e salto e corro ancora e non mi stanco mai, mister, mai, perché da sempre la mia gente corre in gara con la natura, con le distanze, con gli animali, ha sempre corso libera, correva quando la tua gente usava i cavalli, correva quando inventaste il primo motore, correva quando andaste sulla luna, correva correva correva fino al giorno in cui troppe fabbriche e troppi motori e troppe macchine e troppe persone e qualcuno pensò che con una bella guerra si sarebbe distrutto un bel po’ e poi ci sarebbe stato di che ricostruire e l’idea piaque tanto che qualcuno si chiese perché non la esportiamo questa guerra, esportiamola in tutto il mondo, ma qualcuno disse non c’è niente da distruggere e niente da ricostruire altrove e gli altri risposero che c’era tanta gente e tanta gente che fa la guerra significava tante armi da produrre e armi nuove e armi potenti ma qualcuno trovò che erano troppo potenti e se li uccidiamo tutti in un colpo solo la guerra finisce subito e allora chissà chi fu quel genio che inventò le mine. Come le chiamate, voi? Armi tattiche, ecco. Tattiche.

Quel giorno smettemmo di correre, mister.

No, certo, non è colpa tua, lo so.

Mi spiace, mister, non volevo rattristarti.

Lascia pure lì quelle stampelle, mister, prima o poi le userò, se voglio alzarmi.

Sono davvero belle, sai?

Mi invidieranno tutti, qui.

Grazie, grazie davvero, mister.

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